Il sesso degli angeli

L’ordine e il disordine. Due stati apparentemente antagonisti. Dall’uno si può procedere all’altro e viceversa. L’uno presuppone l’esitenza dell’altro e lo elide. Per negazione. Apparentemente. Almeno fino a quando non si applichino queste categorie a un archivio dove l’ordine e il disordine si rincorrono armonicamente, si completano fisiologicamente. L’ordine, o meglio il riordino secondo la struttura è il nemico isituzionale del disordine archivistico. Riconduce le pecorelle smarrite dentro all’ovile costruito dal metodo, bastonando a suon di scelte forzate le più riottose. Quest’ordine di maniera (non già di materia, per carità!) fa poi bella mostra di sè sugli scaffali dell’inventario “mito tranquillizzante forse droga pesante (cit.)”. Come soldatini di piombo le rappresentazioni delle unità si mostrano, appunto, in bell’ordine. L’occhio non coglie le tempeste di relazioni, di contenuti, di vite, di dettagli che ognuna di quelle etichette nasconde. L’ordine nasconde il disordine. Ma il disordine è vivo e sa gustare la sua vendetta. L’archivistica ama pascersi di miti, appunto tranquillizzanti. Si adagia sul principio di provenienza, si bea del rispecchiamento, si emoziona per gli standard. Ogni volta, poi, per bocca di questo o di quello, ma più semplicemente sotto la spinta proprio del disordine e del flusso vitale che promana dagli archivi, deve ricredersi, aggiornarsi. Normale processo evolutivo direte voi. No. In archivistica c’è sempre qualcuno che si rivolta nella tomba e qualcun altro che continua a portare fiori sulle tombe. Così, inevitabilmente, ci si innamora di un archivio, di un inventario, di un sistema informativo. Fino a diventarne un pò schiavi. E l’ombellico del mondo (nel senso jovanottiano del termine) ha un nome e un cognome. A cura di.

Ora, non che non si debba rispettare il passato e che dal passato non si debba imparare. Ci mancherebbe altro, siamo qui per questo. Ma a leggerlo bene il grande passato archivistico ha sempre parlato di futuro. Sandri, Pavone, solo per fare due nomi. La palla di vetro però è appannata. Il nostro futuro ci si sbriciola in mano nella follia (archivisticamente parlando) digitale. Si corre ai ripari come si può mentre c’è chi discetta sul sesso degli angeli. Che è peraltro una delle mie attività predilette quando non provo l’ansia archivistica per quello che ci riserva il futuro. Cioè mai, arrivati a questo punto. E poi ci sono quelli che va tutto bene madama la marchesa. quelli che il mibact oh yeahhh, quelli che le finche oh yeahhh, quelli che è sempre colpa degli altri oh yeahhh, quelli che gli utenti devono imparare oh yeahhh, quelli che la guida sempre e comunque oh yeahhh…quelli che il sistema informativo me lo faccio in casa oh yeahhh e mi deve assomigliare oh yeahhh, come un autoritratto descrittivo oh yeahhh

Sia molto chiaro che sono tutti punti di vista, scherzi a parte, rispettabilissimi, sui quali però spero si possa almeno  tentare di fare un pò di umorismo per sdrammatizzare. Anche per capire sorridendo in che misura possiamo essere presenti a noi stessi, al nostro presente e al nostro futuro. Quali sono le emergenze culturali e professionali che ci assediano. Che sono peraltro evidenti. Ma soprattutto con buona pace di tanti “concretoni” che sono in giro, a questa professione sta venendo a mancare una dimensione etica, emozionale, capace di andare al di là del che bello che bello che bello di arboriana memoria. Una dimensione del presente, agguerrita, poco remissiva, capace di dire no a certi soprusi, a certi vizietti e a certe illusioni digitali. Ecco, l’etica del presente è quella che dobbiamo cercare nei nostri comportamenti quotidiani di archivisti. Sul campo, in trincea, o nelle pieghe di una ricerca dedita alla disciplina e non a celebrare sè stessa in monumentali opere appunto autocelebrative. Una ricerca che si infiltri nelle pieghe della quotidianità, che insegua gli archivi, che faccia insomma la ricerca e abbia il fiato per dare quello sguardo sul futuro che i maestri ci hanno insegnato. Il sesso degli angeli, l’ordine e il disordine, i nostri miti morti ormai (ri-cit.), le nostre abitudini sono pezzi di vita che il futuro, sotto forma di diavolerie documentali digitali, trascina in un vortice. Nel presente si gioca la partita e nel presente eticamente dobbiamo stare. Ultima citazione “chi glielo dice a chi è giovane adesso di quante volte si possa sbagliare…” Diciamoglielo a chi è giovane adesso, invece, di sbagliare provando a immaginare e non di immaginare solo ciò che è stato. La partita è tutta qui. Nelle mani di chi è giovane adesso e nella sua (etica) fantasia. Oltre a miti che, appunto, sono lì solo per essere abbattuti.

 

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