Quiddam divinum

Anticipo qui l’introduzione di un articolo di prossima pubblicazione in un volume in onore di Oddo Bucci

 

Meglio che getti a mare l’orologio che hai al polso

 e cerchi di capire che il tempo che vuole catturare

non è altro che il movimento delle sue lancettte[1]

 

Quiddam divinum[2]: riflessioni sul metodo storico

 

Introduzione

L’acceleratore costantemente schiacciato del tempo storico scompiglia gli archivi, genera pensieri vorticosi, innesca rincorse azzardate dentro ai meandri di una realtà davvero aumentata.  L’archivistica, alla stessa stregua dell’intera società, è finita dentro a una inesausta galleria del vento che pone alla prova, con test severissimi, metodo e prassi. Vacillano emblemi.

Il metodo storico… Il vecchio caro metodo storico. Ansiolitico cencettiano. Lontano anni luce dall’oggettività scientifica, ma faro nella nebbia del riordino. Come regge al presente, ad archivi diversi da quelli per cui è stato sagacemente e tenacemente inventato? Intanto, alla prova dei fatti parlerei piuttosto di metodi storici, di tanti metodi e altrettante provenienze, quanti sono gli archivi da affrontare e il loro progressivo frantumarsi in spezzoni figli di formati e modelli di produzione diversi. Ma per quello che ci riguarda qui non è neppure questo il punto. Il punto sta più nel valore simbolico del metodo, in ciò che rappresenta al di là dei limiti tecnici che il tempo inevitabilmente evidenzia. Il punto è politico, il metodo storico è l’emblema della questione archivistica che stiamo attraversando. Infatti il metodo storico ha una caratteristica fondamentale: rappresenta una risposta politica ancora prima che culturale. Fu adottato per legge, manifestando una volontà appunto politica di governare la memoria. Una volontà che oggi manca e che dobbiamo tentare di far venire a galla in nome dei metodi storici e dell’esigenza di continuare a governare archivisticamente gli archivi. Il metodo dunque come bandiera, come manifestazione di una volontà forte di continuare a amministrare la memoria, comprendere il presente, garantire il futuro. L’archivistica deve aggiornare i suoi ferri del mestiere, quando non sostituirli, ma non deve abdicare al suo ruolo sociale, civile, pubblico. La dimensione politica, il potere degli archivi[3] sono, per così dire, valori non negoziabili. Ordinare o riordinare, lo vedremo, sono attività che passano attraverso contingenze sempre più sfuggenti e complesse. La volontà di dominio che il metodo storico ha incarnato per secoli vacilla e dovremo fare i conti con epifanie di memoria meno strutturate, meno “domestiche” se mai la memoria archivistica è stata domestica. In questo scenario di inquietante trasformazione non deve però venir meno il controllo archivistico o, almeno, la volontà di un controllo archivistico. Di un controllo frutto di quella che potremmo definire una coscienza progettuale attiva, non semplice supervisione su meccanismi talvolta invece inafferrabili. Nuovi metodi per vecchi ruoli e inossidabili valori. Gli archivi cambiano, si fanno forse anche altro da ciò che sono sempre stati, cambia la percezione stessa del documento e della memoria, strumenti e valori devono adeguarsi al mutamento sociale e tecnologico. La ricerca archivistica è chiamata a dare risposte su questo terreno forte però di un bagaglio esperienziale che non può essere trascurato. Gli occhiali della tradizione servono a vedere il nuovo, magari per accorgersi che tutto cambia per tornare poi uguale a se stesso e che nelle grandi pagine di archivistica del passato era in parte già scritto un lungimirante futuro. Il che rende ancora più colpevoli atteggiamenti di rinuncia o sfiducia, in un momento in cui la passione, l’entusiasmo lucido e la grinta possono fare la differenza.

[1] Grateful dead, walk in the  sunshine

[2] Perfecte ordinare Dei solius est. Et ordo ipsum quiddam divinum (Baldassare Bonifacio, De archivis….

[3] D’obbligo la citazione: Il potere degli archivi

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