Quando i numeri sembrano fare la differenza ma…

Le logiche di un’Università, di un Ministero, di una disciplina scientifica, di un semplice evento si reggono troppo spesso sui numeri. Ma sono veramente così importanti?

Di solito le persone che ignorano i numeri molto spesso non li hanno quindi tendono a focalizzarsi su altro. D’altro canto, soprattutto in politica, anche chi ha i numeri, alle volte,  è povero di contenuti o meglio agita specchietti per le allodole di difficile realizzazione. Quindi?

Quindi bisognerebbe trovare un punto d’incontro tra la quantità e la qualità. Chi parla bene direbbe che un break event point efficiente ed efficace si potrebbe rintracciare nelle logiche valutative di un’università, di un ministero, di una disciplina scientifica, di un evento. Ma chi valuta e come? Griglie ministeriali, report disciplinari, studi di settore, commissioni scientifiche… Ancora dati e ancora numeri. CI troviamo di fronte ad un ciclo (non) virtuoso?

Un calderone che andrebbe mescolato puntualmente, passo dopo passo, settore dopo settore, scientificamente appunto.

In generale credo che nei singoli comparti si possa rintracciare sempre qualche elemento di qualità che però fatica ad emergere perché è schiacciato da sovrastrutture di controllo che sono state create a forza di preoccuparsi dei numeri e della stessa qualità.

Ai nuovi progetti va dato tempo per crescere. Oggi riusciamo a discutere scientificamente di archivistica perché negli anni sono cresciute le teorie, i dogmi, le prassi e le metodologie. Alle nuove professioni va dato tempo per affermarsi, migliorarsi e diffondersi. Anche i progetti di successo sono partiti con numeri scarsi ma non per questo non si sono affermati per la loro qualità. L’impatto di un concetto, di un movimento, di un gruppo, di mestiere, di un articolo non si può valutare subito, servono mesi e addirittura anni per poterlo “toccare con mano”.

E’ banale si, eppure. Eppure nelle orecchie si sente  Rome wasn’t built in a day (Morcheeba).

di Giorgia Di Marcantonio

 

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