Il ritorno di Thomas Baffo (5)

Il problema era dunque quello di evocare le ontologie. Stavano davanti all’orrendo sistema che pulsava tetro nel tramonto. Spezzoni di fondi facevano capolino dal portale. Si udivano i lamenti di archivi condizionati forzosamente dentro alberi improbabili. I tre si guardavano scoraggiati. Come avrebbero potuto domare questa creatura complessa e potente? Quando stavano per arrendersi, siccome il caso in certe storie ha un ruolo determinante e qualche forzatura bisogna pur farla all’integrità della trama narrativa, passò di lì, con l’obiettivo di sbertucciare isad l’annuale gita delle ontologie. Viaggiavano su un autobus circolare che si spostava di nodo in nodo arricchendosi di contenuti informativi. Leggerezza d’un balzo si precipitò lungo una relazione e si parò di fornte allo strano automezzo. All’interno cantavano “quel mazzolin di dati che viene dal sistema”. Leggerezza si affacciò al finestrino e spiegò alle ontologie, tutte vestite di seta e reti di pizzo la natura del problema. Nemmeno a dirlo la disponibilità fu totale. Gliela faremo vedere noi a quegli stronzi di sistemi (l’ontologia quando si scatena ed è partecipe diventa tremendamente volgare), “daje a SIUSA” e via discorrendo.

Raggiunsero la porta dell’Ade e decisero che sarebbero entrati da soggetto produttore, tralasciando le ipotesi sogetto conservatore e la ancora più complessa complessi documentari. Ci fu un gran botto. Il sistema iniziò a tremare sirene d’allarme descrittivo a risuonare ovunque. Quasi senza repirare entrarono dentro a una magistratura preunitaria. Iniziarono a staccarsi pezzi di storia istituzionale, a precipitare notizie più o meno veritiere sulla storia del soggetto produttore. In un attimo raggiunsero la relazione col fondo. Vennero giù pezzi di serie, un inventario, pure fatto male, colpì Baffo proprio tra le cospicue orecchie. Intorno il sistema si difendenva generando alberi privi di contenuti. Pergamene aggressive si affacciarono sul percorso (in quel sistema c’era di tutto e tutto mancava). Identità ne azzannò un paio e le ridusse a più miti consigli. Come Giano volle superarono quella bolgia e come di incanto si trovarono nel back end. Qui regnava ancora il silenzio. La alberificatrice partoriva di continuo piante rovesciate e gli addetti alle relazioni alle loro postazioni proseguivano nella Siusizzazione del mondo. Il sorvegliante, un archivista lucano coevo di Bonanini, quando si accorse dello strano manipolo dette in escandescenze. Quei locali erano assolutamente vietati al pubblico. Figuriamoci poi a una teppa del genere. Dopo brevi e sentiti convenevoli sai cerchiamo le istituzioni e non le materie, come ti rispecchia il tuo archivio, sia fatta la volontà di Isdiah ecc. lo convinsero che se non li avesse fatti passare si sarebbero comunque impossessati del locale e distrutto tutte le relazioni. Il cerbero cedette e il gruppo proseguì per le segrete stanze. Nel tunnel che attraversarono era allestita una mostra documentaria rigorosamente priva di spiegazioni mentre man mano che salivano insieme ad una musica soave si diffondeva nell’aria un odore acre. Era quello dei cervelli dei guru intenti a delineare le sorti magnifiche e progressive dell’archivistica. Lì risiedeva la verità. Lì la quintessenza del sapere archivistico. I guru erano quattro e vivevano un pò emarginati rispetto ai colleghi di altri beni culturali. Per arrivare al Ministro occorrevano ben tre fermate di tram dell’obbedienza. Il capo dei guru non aveva ormai quasi più sembianze umane. Sembrava piuttosto un essere mitologico metà filza e metà sistema informativo. Dalla sua testa (pardon dal suo monitor) usciva il fumo più denso di tutti. Era condannato a pensare, ad essere il numero uno. Thomas fu subito certo che lui e non altri deteneva il codice.

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