{"id":328,"date":"2020-12-14T17:24:26","date_gmt":"2020-12-14T16:24:26","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/?p=328"},"modified":"2020-12-14T17:24:26","modified_gmt":"2020-12-14T16:24:26","slug":"il-circolo-virtuoso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/2020\/12\/14\/il-circolo-virtuoso\/","title":{"rendered":"Il circolo virtuoso"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-align-left\"><em>Veemente dio d&#8217;una razza d&#8217;acciaio,<br>Automobile ebbrrra di spazio!,<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\" style=\"font-size:1px\">Isaac Asimov scriveva nel 1954 che \u201ctorneremo alla terra\u2026ma su mondi diversi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Isaac Asimov scriveva nel 1954 che \u201ctorneremo alla terra\u2026ma su mondi diversi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">La predizione fantapolitica suggeriva allora un moto circolare che trasmetteva in un futuro indefinito tradizioni antropologiche e culturali incardinate su patrimoni genetici ancestrali. Allo stesso modo oggi possiamo immaginare di tornare agli archivi, e cio\u00e8 a una molecola complessa del nostro DNA, contemplandoli dentro a scenari diversi. Potrebbe esserci possibile atterrare su nuovi mondi scintillanti, appunto, ma pilotati da un\u2019esperienza secolare, garanzia di una trasformazione coerente e capace di arginare la caduta nel vuoto\u00a0 di valori ogni giorno pi\u00f9 traditi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Generare e poi chiudere un circolo virtuoso che ci porti dagli archivi agli archivi \u00e8 ormai una questione di sopravvivenza, un\u2019urgenza che la stessa congiuntura sanitaria vagamente millenaristica che stiamo attraversando enfatizza. Non si tratta per\u00f2 in nessun modo di vagheggiare il ritorno alla normalit\u00e0, magari aumentata. Un concetto come <em>normalit\u00e0<\/em>, del resto, ha da sempre poco senso nel susseguirsi diacronico degli avvenimenti e delle interpretazioni che per brevit\u00e0 chiamiamo storia. L\u2019inesausto inseguirsi dei fatti e delle cose non ha mai nulla di <em>normale<\/em>, la natura non fa salti ma neppure scorre pacifica e immutabile lungo l\u2019asse del tempo. Soprattutto qui e ora dobbiamo allora cercare di anticipare il futuro grazie a quello che sappiamo del passato, evadendo da un presente afono.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Il modello archivistico che tra un rabberciamento e l\u2019altro continuiamo a onorare, e che una classe dirigente balbettante su tutto nemmeno riesce a vedere, ha dato ormai il meglio di s\u00e9. Non possiamo che essere profondamente grati a chi lo ha pensato e messo sulle gambe, sintetizzando con rara efficacia almeno un secolo di dibattito e creando i presupposti concreti per una lunga stagione di affidabilit\u00e0 archivistica. Si tratta infatti di un modello che \u00e8 andato oltre ogni ragionevole aspettativa di durata, riuscendo quasi miracolosamente a tenere botta a cambiamenti che nessuno allora &#8211; diciamo intorno al 1963, per individuare un tempo misurabile &#8211; poteva prevedere. A fare da sfondo a tali e tanti fatti nuovi c\u2019\u00e8 stata intanto la comparsa sulla scena del MIBACT, con tutto quello che ha significato in termini di progressivo riposizionamento della percezione archivistica nella sua interezza. E poi, sul versante metodologico e applicativo, gli anni della Guida Generale con annessi e connessi, e, pi\u00f9 tardi, il lungo dibattito sugli standard e la crescita esponenziale di abitudini e risorse descrittive digitali che ci hanno portato davvero alle soglie di nuovi mondi possibili, senza ovviamente tralasciare le conseguenze mirabolanti dell\u2019introduzione e dell\u2019affermazione dei documenti informatici <em>stricto sensu<\/em>. Gli assetti attuali e il loro affanno ricorrente e crescente hanno insomma un magnifico futuro dietro di s\u00e9. Ma ormai, come cercheremo di dimostrare, serve altro. Ci vuole un compasso nuovo, che permetta di tracciare circonferenze futuribili dentro le quali sia ragionevolmente possibile inscrivere scenari realistici e sostenibili per le discipline documentarie. L\u2019innata carica creativa e il rigore giuridico e scientifico di queste scienze rappresentano l\u2019antidoto migliore per scongiurare un\u2019eclissi paradossale, per effetto della quale i contorni delle discipline di organizzazione delle informazioni rischiano di sbiadirsi proprio dentro a una societ\u00e0 sempre pi\u00f9 attestata sul valore dell\u2019informazione stessa. Ma i prerequisiti metodologici e la tradizione consolidata non sono concetti semoventi. Sono piuttosto modelli che hanno bisogno di gambe su cui muoversi e di braccia per agire. Per fare gli archivi cui vorremmo tendere ci vogliono gli archivisti, \u00e8 semplice. Ma ci vuole allora anche la capacit\u00e0 di fare squadra, di coordinare e coagulare approcci, interessi e strategie.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">In questo senso mi sembra un buon segnale il fatto che, non molto tempo fa, per la precisione l\u20198 ottobre del 2020, l\u2019associazione professionale degli archivisti e quella dei docenti universitari di archivistica abbiano varato congiuntamente un\u2019iniziativa articolata in due giornate di lavoro, lanciando un segnale concreto sulla strada di una collaborazione che c\u2019\u00e8 da augurarsi possa divenire sempre pi\u00f9 ampia, solida e circostanziata. In maniera molto condivisibile le due giornate sono state raccolte sotto il titolo \u201cLa crisi degli archivi: un\u2019emergenza democratica\u201d. Le ragioni profonde della questione archivistica risiedono infatti proprio qui, nel richiamo forte al ruolo civile, pubblico, e democratico degli archivi, cio\u00e8 in una percezione, al tempo stesso etica e strumentale, assolutamente propedeutica ad ogni concreta e diffusa utilizzazione dei patrimoni documentari.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Che gli archivi siano figli di presenti e di bisogni tangibili di quei presenti \u00e8 un fatto. Come \u00e8 un fatto che troppo spesso lo si dimentica, riducendo la dimensione documentaria ad un supporto pi\u00f9 o meno affidabile e generico della rievocazione di passati di ogni ordine e grado. Tornare a sottolineare la funzione civica degli archivi aiuta invece a smarcarsi da una ingombrante monotematicit\u00e0 culturale e apre i complessi documentari a destinazioni d\u2019uso che non sono certo una novit\u00e0 ma che difficilmente nell\u2019immaginario collettivo vengono realmente ricondotte al ruolo immediato degli archivi nel loro complesso. Sarebbe un successo riuscire tornare a collocare gli archivi nella sfera dei bisogni primari, che compete loro per rango e tradizione, e renderne tangibile il ruolo decisivo nel reale progredire di una societ\u00e0 data.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Questo significa declinare una crisi di lunga durata anche e soprattutto in termini progettuali e politici di ampio respiro, se davvero si vuole provare ad uscirne.&nbsp; Le strategie fin qui tentate sono state a prevalente trazione estatico\/culturale. Si \u00e8 tentato cio\u00e8 di convincere un\u2019opinione pubblica manifestamente riottosa a prendere atto dell\u2019ineluttabile bellezza degli archivi, sommo bene per ogni archivista. Questi metodi non hanno per\u00f2 funzionato in pieno, anzi. Le molte e molto interessanti iniziative di <em>valorizzazione <\/em>che si sono susseguite negli anni hanno avuto e hanno un loro valore culturale intrinseco. Se le collochiamo per\u00f2 in una inquadratura grandangolare, si rivelano sassolini lanciati in uno stagno, a generare cerchi concentrici che non si propagano oltre l\u2019interesse dei soliti noti. Non bucano lo schermo della pubblica indifferenza, si potrebbe dire. Iniziative del genere devono continuare e moltiplicarsi ma non sono la risposta strutturale che ci serve, ammesso poi che una risposta esista. Sono solo un pezzo della soluzione e, al tempo stesso, con il loro affanno, segnalano il bisogno di rivedere l\u2019idea che tutti (pi\u00f9 o meno tutti) abbiamo avuto della comunicazione archivistica. Di un tipo di comunicazione introflessa, destinata a rinchiudersi dentro a sistemi valoriali che l\u2019opinione pubblica, avvezza a ben altri tipi di input, non vede e non riesce a metabolizzare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">E\u2019 inutile qui perdersi ancora una volta alla ricerca delle cause di questo dato di fatto. Si pu\u00f2 indignarsi quanto si vuole, ed \u00e8 legittima una valutazione desolante del profilo sociale e culturale che connota la nostra contemporaneit\u00e0 trash. Ma, detto questo, indignandoci corriamo solo il rischio di fare ancora di pi\u00f9 a brandelli vesti da troppo tempo stracciate. Ci siamo illusi che <em>lo story telling archivistico<\/em> fosse il canale giusto, talvolta in analogia con discipline a noi vicine o con loro derivati come la public history. L\u2019idea di raccontare gli archivi, della narrazione, ci ha sedotto. Forse, per\u00f2, ci siamo sbagliati, o, meglio, abbiamo colto determinate opportunit\u00e0 comunicative subordinandole a presupposti e pre-giudizi di lungo periodo, con approcci e obiettivi nati vecchi o, almeno, tarati male rispetto al livello reale degli interlocutori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Cosa significa, infatti, narrare un archivio se andiamo all\u2019osso della questione? Tutto e nulla direi. E\u2019 senza dubbio narrazione la descrizione archivistica, ma le sue ineludibili peculiarit\u00e0 non ne fanno uno strumento di comunicazione massiva. Percorsi tematici come quelli di SAN o allestimenti documentari digitali a vario titolo, che muovono da quella descrizione, possono intercettare l\u2019immaginazione di alcuni, alleggerendo il peso del rigore di dominio. La sensazione per\u00f2 \u00e8 che nel complesso questo tipo di racconto alla fine sia ascoltato da pochi e non serva a rompere l\u2019accerchiamento <em>comunicativo<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Di queste strategie non si discute lo specifico valore assoluto, e neppure l\u2019affabilit\u00e0 consolatoria, ma piuttosto l\u2019efficacia nel rappresentare un pi\u00f9 ampio sistema di valori e la capacit\u00e0 di espansione effettiva <em>fuori<\/em> dagli archivi. Come avremo modo di tornare a sottolineare, perci\u00f2, il problema non sta nei contenuti o nella cifra stilistica pi\u00f9 o meno suadente, ma nell\u2019individuazione di obiettivi di pi\u00f9 ampia portata e nella ricerca di ulteriori spazi comunicativi, fin qui poco o pochissimo frequentati dagli archivisti. Ma, se questo \u00e8 vero, bisogna mettere davvero sul piatto della bilancia il valore pubblico e di pubblica utilit\u00e0 degli archivi e il tentativo convinto di diffonderlo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Se vogliamo davvero giocare a carte scoperte dobbiamo ammettere che la via d\u2019uscita non risiede nell\u2019insistenza di far condividere un incompreso senso estetico di matrice storico\/culturale, fatto di approcci in ultima analisi elitari. Bisogna ribaltare i termini della questione, far leva sulla forza enorme della polifunzionalit\u00e0 degli archivi, dicendo a chiare lettere che la loro importanza sta nel fatto che essi servono a tutto. Non raffinati percorsi di volatile memoria o, almeno, non solo quello, ma strumenti imprescindibili senza i quali una societ\u00e0 organizzata non pu\u00f2 sopravvivere. Diciamo in sintesi che bisognerebbe far passare di pi\u00f9 il messaggio che senza un archivio l\u2019unico profilo possibile per il cittadino \u00e8 quello dell\u2019apolide in patria. <em>\u201cCorrer es mi destino por no llevar papel\u201d<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Partiamo allora da una certezza: gli archivi fanno bene al Paese. Anzi, quando sono gestiti come si deve, gli fanno benissimo, soprattutto in termini di trasparenza, efficienza e democrazia realmente partecipata, cio\u00e8 di <em>identit\u00e0 quotidiana<\/em>. Un\u2019identit\u00e0 che non sia solo ricerca di mitiche radici ma qualifichi la vita di ognuno ogni giorno, contribuendo a creare comunit\u00e0 di interessi e progettualit\u00e0, un\u2019identit\u00e0 che guardi ai pronipoti e non ai trisavoli.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Come sappiamo bene la questione archivistica \u2013 e aggiungerei purtroppo- non \u00e8 solo un problema di riconoscimento e di percezione del s\u00e9 professionale degli archivisti. Se cos\u00ec fosse sarebbe gi\u00e0 meno grave, tutto sommato, e potrebbe basterebbe qualche gruppo di auto aiuto. La crisi degli archivi, come ricorda proprio il titolo dell\u2019iniziativa ANAI\/AIDUSA che abbiamo gi\u00e0 ricordato, \u00e8 invece la crisi di una societ\u00e0. La corretta gestione dei documenti non \u00e8 un vezzo archivistico ma un bisogno primario di ogni organizzazione umana di minima complessit\u00e0. E&#8217; qualit\u00e0 della vita, non arcadica retroflessione del pensiero.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Della patente questione archivistica sono investiti tutti i cittadini, ad ogni livello, a prescindere dalla loro effettiva consapevolezza. Porvi rimedio, o almeno tentare di farlo, \u00e8 quindi un dovere pubblico, un\u2019ulteriore responsabilit\u00e0 di chi invece quella consapevolezza ce l\u2019ha.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">La prospettiva corretta per poter valutare il problema \u00e8 con ogni probabilit\u00e0 quella dell\u2019educazione civica, ancora prima che dell\u2019archivistica, senza dimenticare, in piena congiuntura digitale, il ruolo dell\u2019information literacy e quindi della cultura di una corretta valutazione dei potenti flussi informativi dentro ai quali siamo immersi. Se valutiamo il problema da questa angolatura viene fuori il bisogno di collocare in equilibrio reciproco diversi fattori che vanno dal senso profondo di una professione al ruolo pubblico degli archivi, passando per un uso critico e consapevole degli strumenti e di quelli digitali in particolare. Cercare un rimedio, quindi, significa prima di tutto lavorare in profondit\u00e0 su noi stessi in quanto archivisti, indagare sulle nostre priorit\u00e0 e sui nostri obiettivi di medio periodo. E significa anche e soprattutto prendere atto di un ruolo fortemente trasversale dentro al presente in modo da ribaltare paradigmi obsoleti, esercitando una funzione connettiva tra le diverse competenze che ormai occorrono per definire in senso ampio la parola <em>archivio.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Ribaltare paradigmi significa per\u00f2 innanzitutto agganciare la riflessione complessiva al concetto di <em>polifunzionalit\u00e0 utile<\/em> dei sistemi documentari. Da l\u00ec sarebbe pi\u00f9 semplice muovere verso una strutturale ridefinizione politica, culturale e normativa del nostro mondo o, meglio, del nostro modo di essere. La parola chiave \u00e8 proprio polifunzionalit\u00e0, cio\u00e8 affermazione sostenibile di un ruolo strategico degli archivi dentro a tutti i meccanismi portanti della societ\u00e0. Avvertire l\u2019alto livello strategico di questo tipo di percezione significa tornare a porre la massima attenzione alla dimensione corrente dei fenomeni archivistici che ormai peraltro si sviluppano dentro a cicli di vita eccentrici, fatti di continui ritorni al presente per garantire il futuro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">In questa circolarit\u00e0 si coglie facilmente l\u2019opportunit\u00e0 doverosa di riprogrammare il tempo archivistico sia nella sua progressione diacronica (ogni tempo \u00e8 un tempo archivistico) sia nella sequenza delle azioni che esso induce (battere sul tempo il tempo per gestire adeguatamente gli archivi contemporanei).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Un approccio di questo tipo, che ha tra i suoi obiettivi primari <em>anche<\/em> la difesa di valori storici e culturali, ci suggerisce di spostare il tiro e riprogrammare le priorit\u00e0, a partire da una comunicazione destinata a tararsi sul presente, se non esplicitamente sul futuro. Il messaggio non pu\u00f2 pi\u00f9 essere \u201cvenite negli archivi perch\u00e9 sono belli e vi faranno sentire migliori ricordando il passato\u201d ma, piuttosto, \u201cattenzione, senza archivi non c\u2019\u00e8 presente e quindi non sopravvivrete a lungo\u201d. Gli archivi come strumenti, non come residuo inorganico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Sul versante strettamente professionale si tratta anche di riappropriarsi di spazi e ruoli che in assenza di azioni archivistiche incisive sono stati occupati da altri profili e definiti da altri valori. Esemplare in questo senso il caso delicato, importante e complesso della conservazione digitale e dei conservatori accreditati, fenomeni il cui controllo \u00e8 sostanzialmente nelle mani dell\u2019Agenzia per l\u2019Italia Digitale senza una reale compartecipazione della Direzione Generale degli Archivi, come sarebbe stato auspicabile. In questo caso AGID non \u00e8 \u201ccattiva&#8221; e in linea generale neppure i conservatori lo sono a prescindere. Anzi, stando cos\u00ec le cose, alla luce di un\u2019analisi delle competenze complessive e delle risorse infrastrutturali che il MIBACT pu\u00f2 mettere in campo al riguardo, ha un suo peso il fatto che nel teatro della conservazione digitale si muovano almeno questi attori. I soggetti al momento attualmente coinvolti nella conservazione digitale hanno per\u00f2 un imprinting di un certo tipo e interpretano inevitabilmente i processi conservativi alla luce di codici ed esigenze distinti da quelli strettamente archivistici. Secondo una semplice legge di natura questi soggetti si espandono all\u2019interno di spazi non altrimenti presidiati, applicando modelli consoni alla loro natura e ai loro obiettivi. Anche in questo caso ad avere torto sono come sempre gli assenti. Tra l\u2019altro, sia detto incidentalmente, non si pu\u00f2 nemmeno pi\u00f9 sostenere che la conservazione digitale sia ancora quel miraggio metropolitano a lungo alimentato da una diffusa sensazione di impotenza nei confronti della intangibilit\u00e0 degli oggetti della conservazione stessa. La ricerca \u00e8 andata avanti, sia nel contesto italiano che in quello internazionale, e ha definito i parametri etici, metodologici e applicativi di un processo magari complicato e costoso ma per nulla fantascientifico. Non mancano studi e ricerche orientati al valore dell\u2019archivio come risorsa e a una valutazione della penetrazione dei processi di dematerializzazione, sviluppati a partire da presupposti archivisticamente condivisibili e orientati anche al tema della conservazione. Di questo stato di cose si iniziano del resto a cogliere segnali concreti anche nei percorsi formativi, a dimostrazione di una metabolizzazione ormai manifesta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Non ci muoviamo quindi su terreni inesplorati n\u00e9 siamo chiamati ad affrontare mostri inauditi e sconosciuti. La conservazione digitale, al momento ancora punto dolente nella sua dimensione fattuale, non \u00e8 una pratica miracolosa. Sappiamo da tempo come farla, quello che manca \u00e8 una visione politica che ne sappia percepire l\u2019esistenza e la portata. Il problema, infatti, sembra invisibile alla politica e il ritardo accumulato colora di utopia la speranza di evoluzioni normative indispensabili a definire un quadro conservativo pubblico organico e sostenibile.&nbsp; Non c\u2019\u00e8 consapevolezza della assoluta rilevanza strategica della conservazione, e non c\u2019\u00e8 consapevolezza perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 una coscienza pubblica e civile che sappia avvertire i rischi della dilapidazione di memoria quotidiana cui siamo esposti, non certo per colpa della labilit\u00e0 digitale. Dilaga un impolitica incosciente, dando al termine il suo significato letterale di assenza di coscienza e consapevolezza della questione archivistica. E\u2019 vero che nella dimensione archivistica contemporanea esistono problemi metodologici, incertezze concettuali, difficolt\u00e0 tecniche e resistenze al cambiamento di natura antropologica. Ma sicuramente non sono questi i maggiori ostacoli.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">L\u2019archivistica per parte sua sta cambiando, anzi \u00e8 gi\u00e0 cambiata. Si \u00e8 fatta plurale nel dar conto del marcato polimorfismo che accompagna una parola, archivio, che con tutta evidenza non basta pi\u00f9 a s\u00e9 stessa.&nbsp; <em>Archivio<\/em> \u00e8 ormai termine simbolo pi\u00f9 che un\u2019espressione tecnica capace di formalizzare una concettualizzazione puntuale. La sua nota polisemia, che ne ha fatto da sempre un\u2019espressione per tutte le stagioni, esce ulteriormente amplificata da anni densi di inesorabili trasformazioni. Le istituzioni, gli amati soggetti produttori, non sono pi\u00f9 le stesse, cambiano i loro assetti organizzativi, le dinamiche funzionali che ne regolano le attivit\u00e0 e gli stessi strumenti attraverso i quali esse perseguono i loro obiettivi.&nbsp; Si modifica l\u2019essenza e l\u2019apparenza dei documenti, sempre pi\u00f9 figli dell\u2019interoperabilit\u00e0 e spesso risultato di volatili e cangianti aggregazioni di dati che provengono da contenitori diversi. Cambiano i luoghi, i tempi e le emergenze della conservazione, dentro a logiche delocalizzate che impongono processi di dinamico monitoraggio e non si accontentano pi\u00f9 di stoccaggi in sicurezza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Le societ\u00e0, da cui invariabilmente scaturiscono gli archivi, sono in subbuglio, si fanno altre da s\u00e9 stesse e ci impongono di definire nuovi equilibri documentali, che siano in grado di sorreggerne le dinamiche violentemente accelerate.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Il problema, poi, non si limita alla dimensione corrente e digitale del fenomeno documentario.Anche ci\u00f2 che si staglia in apparente serenit\u00e0 dietro alle nostre spalle, gli archivi che chiamiamo \u201cstorici\u201d, \u00e8 infatti oggetto di rivisitazione, di revisioni descrittive, di nuove interpretazioni e di nuovi possibili usi. In generale il metodo archivistico \u00e8 storicamente uno strumento fluttuante che ogni nuovo punto di vista sugli archivi pu\u00f2 mettere in discussione. E\u2019 accaduto in passato con il traghetto che ci ha portato attraverso il Novecento dalle posizioni di Cencetti a quelle di Pavone e alle successive evoluzioni e pu\u00f2 quindi accadere di nuovo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">La digitalizzazione, termine che avremo modo di chiarire e disambiguare, ha un suo ruolo in questi processi, ma non \u00e8 necessariamente protagonista assoluta e incontrastata. Anche sul terreno degli archivi informatici \u201cpuri\u201d, del resto, le dimensione tecnologica \u00e8 una componente importante ma non esclusiva e, in ultima analisi, non \u00e8 cos\u00ec dirimente come si sarebbe portati a credere. Le discipline documentarie devono essere attente alle ICT ma, al tempo stesso,occorre che restino pienamente padrone del loro destino senza nulla concedere a deleghe sbrigative e controproducenti. Siamo dentro a un processo evolutivo. Non credo si debba parlare di rivoluzioni ma della fatica \u2013 ben nota a chi studia gli archivi- che si fa ad adeguarsi a trasformazioni che da sempre l\u2019archivistica ha dovuto registrare e metabolizzare. Magari con l\u2019unica e non irrilevante differenza che stavolta dobbiamo fare i conti con accelerazioni davvero violente e con gli strappi che inducono.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Nello specifico se l\u2019archivistica esiste ancora \u2013 ed esiste, malgrado molte apparenze &#8211; non ha allora bisogno di etichette e glosse che la precisino. Abbiamo gi\u00e0 l\u2019<em>archivistica<\/em> non ci serve una definizione confusa di <em>archivistica informatica<\/em>, naturalmente a patto di riconoscere la dimensione plurale, declinandola coerentemente dentro a bisogni spesso radicalmente diversi ma figli di un medesimo approccio metodologico e di un sistema valoriale inossidabile. Abbiamo bisogno, mi sembra, di un rapporto definitivamente pacificato con le tecnologie disponibili, fuori da ogni complesso di inferiorit\u00e0 o, peggio, di superiorit\u00e0.&nbsp; Le <em>cose<\/em> che maneggiamo sono ormai composti chimici inesistenti in natura, agglomerati di particelle e percezioni ibride sospese tra analogico e digitale e impastate di una fisicit\u00e0 mista. La stessa parola realt\u00e0 si \u00e8 scontornata e si \u00e8 ridefinita dentro al gioco di specchi che rinvia dalla concretezza fisica di oggetti empiricamente tangibili alla diversa solidit\u00e0 concettuale ed espressiva dei mondi superficialmente definiti \u201cvirtuali\u201d. La nostra quotidianit\u00e0 \u00e8 ad ogni livello un ibrido caratterizzato da incursioni ripetute nell\u2019una e nell\u2019altra dimensione, un\u2019esistenza, come si dice, <em>onlife<\/em>. Questa miscela di possibili e alterne <em>realt\u00e0<\/em> si \u00e8 manifestata naturalmente anche nella sfera archivistica, sia pure avanzando con una certa cautela e non senza incontrare resistenze.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">L\u2019accelerazione impressa al rapporto tra archivi e ICT, con le sue diversificate implicazioni, almeno a partire dagli anni Novanta del secolo scorso ha comunque creato le premesse per un sensibile riposizionamento disciplinare, aprendo la strada a soluzioni di indubbio valore innovativo e portando a compimento almeno una prima fase del processo di digitalizzazione delle risorse archivistiche. Bisogna prenderne atto, non senza legittima soddisfazione, proprio nel momento in cui si profilano nuove risorse, nuove possibili soluzioni e nuove prospettive di impatto anche metodologico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Inevitabile in questo senso non lasciarsi affascinare dai processi pi\u00f9 evoluti di intelligenza artificiale, per quanto essi possano suscitare qualche timore sui destini dell\u2019umano controllo della realt\u00e0 o, almeno, della realt\u00e0 archivistica. La congiuntura digitale che ammicca alla gestione pararobotica dell&#8217;informazione non va per\u00f2 sopravvalutata o demonizzata, ma semplicemente studiata. E governata. Come avremo modo di ribadire l&#8217;intelligenza artificiale in prospettiva pu\u00f2 e deve essere anche un fatto archivistico. Dalle tavolette di Ebla alle viste documentali l&#8217;archivistica ha sempre inseguito ogni forma di tecnologia di registrazione, conservazione e trasmissione dei dati e non c\u2019\u00e8 motivo per cui adesso debba rinunciare a questa sua prerogativa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Se vogliamo muovere verso questi obiettivi, per\u00f2, bisogner\u00e0 intanto ripensare le strategie di ci\u00f2 che con una parola spesso troppo generica definiamo <em>digitalizzazione<\/em>, avviandoci a superare la stagione descrittiva e \u201cfotografica\u201d, fatta di sistemi informativi e di riproduzioni pi\u00f9 o meno calibrate di lotti documentari, magari selezionati con criteri tutti da verificare. Si \u00e8 trattato di una stagione problematica ma proficua i cui frutti ci mettono in condizione di guardare avanti in direzione di modelli descrittivi interculturali e di dispiegamento della forte valenza trasversale dei contenuti archivistici dentro a contesti moltiplicati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Mentre ancora ci si affanna a lenire ferite profonde e tutte analogiche di natura politica e culturale con applicazioni massicce di un digitale ingenuo, sostanzialmente datato e gestito in maniera talvolta artigianale, si pu\u00f2 quindi iniziare a riflettere sul dopo, e cio\u00e8, come dicevamo, sulle strategie utili a diluire il <em>rigor descriptionis<\/em> dei nostri fondi dentro a scenari molto pi\u00f9 vasti, trascinando gli archivi fuori dai loro confini e utilizzando finalmente il digitale per andare a pieno titolo incontro al ruolo pubblico che li dovrebbe connotare in profondit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Parlare di digitalizzazione \u00e8 per\u00f2 un esercizio retorico del tutto meccanico se prima non si riesce a pensare digitale. E il pensiero digitale che sembra servirci \u00e8 quello che asseconda una reingegnerizzazione profonda dell\u2019intera societ\u00e0, agendo sui suoi meccanismi essenziali. Il pensiero digitale per potersi dispiegare ha bisogno di riforme strutturali e non di iniziative congiunturali di basso profilo e scarso respiro progettuale che si risolvono in un uso quantitativo e illusorio delle risorse. Mette in gioco la percezione della realt\u00e0 nel suo insieme, come dicevamo sopra, e non pu\u00f2 essere lasciato in mano ad avventurieri poco informati delle specificit\u00e0 con cui si confrontano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Come abbiamo gi\u00e0 detto, per\u00f2, tutto questo sar\u00e0 possibile solo se si riuscir\u00e0 a mettere realmente al centro della questione archivistica la polifunzionalit\u00e0 dei sistemi documentari di ogni tipo e a far comprendere davvero le molte possibili destinazioni d\u2019uso degli archivi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Per far questo per\u00f2 occorre prima di tutto coraggio. Il coraggio intanto di rescindere il&nbsp; legame pi\u00f9 o meno subliminale con una storia che inevitabilmente amiamo e ci rappresenta perch\u00e9 noi siamo stati a lungo quello stesso passato. E\u2019 in qualche modo una scelta di vita, bisogna seguire il vento che soffia ormai da tempo, abbandonare un porto sicuro dove per\u00f2 stiamo inesorabilmente invecchiando sprecando anni e opportunit\u00e0 che non torneranno. Se non ci attrezziamo per il viaggio il nostro passato sar\u00e0 sommerso dalle acque della contemporaneit\u00e0 e potremo al massimo guardarlo galleggiare con scarso costrutto. Come persone e come categoria, infatti, abbiamo un grande passato di fronte a noi ma la sua resistenza nel tempo dipende da noi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Rescindere il legame non significa quindi rinnegare alcunch\u00e9 ma, pi\u00f9 semplicemente, constatare che le strategie fin qui utilizzate non hanno pagato o, almeno, non pagano pi\u00f9 e che quindi cambiare \u00e8 inevitabile. Negli ultimi mesi, anche sulla scia degli strappi sociali trasversali indotti dall\u2019epidemia, la comunit\u00e0 archivistica ha lanciato qualche tenue segnale in questo senso.&nbsp; Si \u00e8 tentato di interrogarsi dall\u2019interno per aprirsi a un dibattito esterno che muovesse da pi\u00f9 solide convinzioni e da pi\u00f9 rassicuranti percezioni di s\u00e8 stessi. Si tratta di tentativi ancora in fieri, frutto di pulsioni talvolta frutto di una disinterpretazione e di una sopravvalutazione dell\u2019emergenza e delle sue conseguenze. Dei nostri problemi, come di quelli di molti altri settori, il virus \u00e8 stato infatti un semplice acceleratore, un evidenziatore impietoso e per certi versi cinicamente neutrale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">La questione archivistica, intesa come attenzione critica ad un processo in costante evoluzione, ha origini antiche. Potremmo dire che esiste da sempre, ma ci sono stati momenti storici in cui essa \u00e8 stata valutata, debitamente considerata e governata e altri in cui invece \u00e8 stata abbandonata a s\u00e9 stessa. Un\u2019attenzione responsabile al tema si \u00e8 registrata negli anni a cavallo dell\u2019Unit\u00e0, e nei dintorni del 1939 e del 1963. Poi gli archivi hanno imboccato un lento viale del tramonto, magari a tratti spezzato da guizzi di vitalit\u00e0, sia pure quasi sempre di ordine descrittivo e applicativo e raramente di natura strutturale. C\u2019\u00e8 stata la Guida Generale, ci sono stati tanti inventari, abbiamo attraversato la lunga stagione degli standard e poi quella dei tentativi, spesso ridondanti, di regolamentazione della dematerializzazione, mentre su un altro versante crescevano i grandi sistemi informativi. Nel frattempo \u00e8 nato il polisemico Ministero dei Beni Culturali con annessi e connessi sia dal punto di vista normativo che delle spesso labili politiche culturali. Insomma, l\u2019archivistica \u00e8 riuscita a sopravvivere a lungo a s\u00e9 stessa, malgrado difficolt\u00e0 crescenti. Negli ultimi decenni i&nbsp; fatti nuovi sono stati molti e piuttosto rumorosi ma a ben guardare cosa \u00e8 cambiato in profondit\u00e0 nel governo strutturale degli archivi&nbsp; da sessant\u2019anni a questa parte? Non molto, mentre, quasi senza capire, stavamo cambiando pianeta e si allargava il fossato tra la realt\u00e0 e una sua rappresentazione fittizia fatta di norme e approcci destinati a una sempre pi\u00f9 feroce obsolescenza. Un edificio che godeva di un certo prestigio \u00e8 andato progressivamente deteriorandosi, malgrado la dedizione spesso ammirevole delle donne e degli uomini che lo abitavano e lo abitano nel tentativo di impedire il crollo finale. Nel silenzio ossessivo di ministri e direttori generali o in certi loro proclami vuoti, nell\u2019ignoranza della classe politica e in pi\u00f9 di un errore di valutazione della stessa comunit\u00e0 archivistica, il&nbsp; moto di rivoluzione del pianeta \u00e8 proseguito imperturbabile, la societ\u00e0 \u00e8 cambiata e gli archivi veri e non vagheggiati si sono trasformati. Niente che non fosse prevedibile, non servivano sfere magiche. La questione archivistica, ridotta all\u2019osso, \u00e8 soprattutto questo: ignorante disprezzo politico e inadeguatezza di fronte al presente e al futuro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">La cambiale sembra ormai davvero all\u2019incasso. A mettere all\u2019angolo gli archivi e l\u2019archivistica non sono state tanto un\u2019incontrollabile evoluzione tecnologica o una violenta crisi di crescita (che pure ci sono state) quanto una normalissima e costante evoluzione istituzionale, amministrativa, metodologica e tecnica cui non hanno fatto fronte scelte politiche e quindi normative e organizzative coerenti. Il risultato \u00e8 che solchiamo un oceano piuttosto burrascoso su una barchetta a remi, pensata in altri momenti storici per navigare al massimo su un pacifico lago. A portare colpi durissimi al nostro modello organizzativo e conservativo non \u00e8 una imponderabile eccezionalit\u00e0 ma una devastante continuit\u00e0 dell\u2019incuria giuridica, sociale, politica e culturale degli archivi. Come sempre l\u2019arma finale \u00e8 l\u2019ignoranza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Mi sembra quindi che chi legge la crisi congiunturale in cerca di normalit\u00e0 e di ripartenze sbagli prospettiva e aggiunga la beffa al danno ignorando, o fingendo di ignorare, che il ritorno alla <em>normalit\u00e0<\/em> sarebbe per gli archivi il miserere finale. Piuttosto che di una disastrosa normalit\u00e0 pregressa sembra ci sia bisogno di denunciare con fermezza i fattori di crisi strutturali e di operare scelte urgenti e profonde che sappiano appunto mettere avanti a tutto la polifunzionalit\u00e0 degli archivi in una visione di insieme che ne soddisfi i molti requisiti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Da un\u2019auspicabile e futura cabina di regia il film archivistico va visto nella sua interezza, non estrapolando ogni volta una manciata di fotogrammi che rispondono a bisogni e interessi estemporanei e soggettivi. Solo ridefinendo gli assetti complessivi si potr\u00e0 poi dare davvero risposta anche alle molteplici e legittime esigenze dei singoli, uscendo dall\u2019emergenza come normalit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">A questo livello prende corpo per\u00f2 un problema ulteriore, quello dei rapporti con i nostri interlocutori, che sono molti, preziosi, ma talvolta poco solidali o, quantomeno, poco interessati a soluzioni comuni. L\u2019archivistica \u00e8 una disciplina per sua natura trasversale e nel compito precipuo della mediazione sta gi\u00e0 scritto il bisogno di confrontarsi con una raffica di bisogni e con altrettanti e spesso peculiari soggetti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Ci sono intanto dei referenti di lunga data, come gli storici. Lo stretto rapporto con questa categoria di studiosi per l\u2019archivistica \u00e8 stato da sempre centrale ma in alcuni passaggi anche decisamente delicato, a fronte della tentazione di alcuni di fare della disciplina documentaria un umile supporto a studi ritenuti pi\u00f9 alti. Acqua passata, sembra di poter dire, ma nel rapporto con questa particolare categoria di utenti si dovrebbe comunque cercare reciprocamente qualcosa di pi\u00f9 dell\u2019efficienza di un servizio. Ci servono storici che siano disposti ad accompagnarci nel viaggio attraverso il presente e verso il futuro perch\u00e9 la prospettiva storica \u00e8 indispensabile per comprendere l\u2019attimo e vivere consapevolmente quello che verr\u00e0. Credo anche che agli storici, soprattutto a quelli futuri, possa essere utile un esercizio archivistico consapevole e ben radicato nel presente. Una riflessione che li spinga a vedere gli archivi non pi\u00f9 come una sorta di riserva di caccia dove esaudire i propri desideri di ricerca ma, piuttosto, come un luogo da cui si possa partire per progettare insieme una cultura storiografica e archivistica pi\u00f9 penetrante.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Oltre agli storici, poi, proprio perch\u00e9 l\u2019archivistica da sola non va in nessun posto, ci sono i tecnici, quelli dell\u2019informazione in particolare. Con molti di loro parliamo da tempo e siamo debitori di soluzioni che ci hanno aiutato ad inscatolare in qualche modo il passato. Ai tecnici dobbiamo chiedere per\u00f2 risposte ai nostri nuovi bisogni, ammesso che li riusciamo a definire con puntualit\u00e0. In qualche caso si deve tentare anche di frenarne l\u2019impulso vitale, di rallentarne il passo, almeno nella dimensione applicativa, per darci il tempo di comprendere e adeguare la forza bruta tecnologica a modelli culturali, tecnici e psicologici che si nutrono anche di altro, soprattutto di altro. E poi, ancora, ci serve il confronto costante con i giuristi, perch\u00e9 la dimensione giuridica \u00e8 connaturata all\u2019archivistica: l\u2019archivistica deve pi\u00f9 al diritto che alla storia o, tanto meno, a una generica fermentazione culturale. Nei passaggi che ci attendono potere e sapere lavorare con chi conosce e plasma il diritto \u00e8 perci\u00f2 indispensabile. Senza dimenticare l\u2019ingegneria istituzionale e tutte quelle competenze indispensabili a disegnare scenari operativi sostenibili, dal momento che le grandi riforme partono da entusiasmi visionari ma devono consolidarsi dentro contesti compatibili con gli assetti istituzionali della societ\u00e0 cui sono destinate.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Si potrebbe continuare a lungo, parlando di interlocutori possibili e necessari, in prima battuta tutti quelli ricompresi nel dominio delle discipline documentarie genericamente intese e, per certi versi e pi\u00f9 marginalmente, delle cosiddette <em>digital humanities<\/em> ma, nell\u2019ottica in cui ci poniamo, ad essere&nbsp; essenziali ed urgenti sono i rapporti con le figure su cui ci siamo soffermati sopra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Quello che \u00e8 certo, cercando di riassumere, \u00e8 che la questione archivistica \u00e8 un test a risposta multipla dove, accanto alla soluzione davvero esatta, possono essercene altre, ragionevolmente vicine ad un risultato utile. Per rispondere a questo test occorre mettere in campo capacit\u00e0 di cooperazione fin qui molto spesso rimaste sulla carta. Prima di tutto ci sarebbe bisogno di accordare le fantasiose e diverse anime della comunit\u00e0 archivistica, dai direttori generali degli archivi che si succedono con grande fluidit\u00e0 fino al volontario appena laureato, gli uni spesso poco incisivi l\u2019altro ancora pi\u00f9 spesso sfruttato nelle spire perverse del volontariato istituzionalizzato. Inevitabile anche un confronto serrato con le diverse componenti del mondo conservativo, dagli istituti statali centrali e periferici alle diverse e variopinte realt\u00e0 conservative sul territorio. Poi, ma non meno importante, viene la capacit\u00e0 di stringere alleanze strategiche con quei professionisti e quei settori cui abbiamo fatto riferimento in precedenza. La possibilit\u00e0 di dare risposte concrete passa innanzitutto per un virtuoso approccio lobbistico e, senza un\u2019azione se non comune almeno funzionalmente condivisa, sar\u00e0 difficile farsi largo tra i macigni che ostruiscono il cammino.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Una simile comunit\u00e0 di intenti, ammesso e non concesso che la si riesca ad ottenere, ha senso per\u00f2 solamente se \u00e8 finalizzata all\u2019obiettivo fondamentale, quello di fare breccia nella dilagante distrazione di un\u2019opinione pubblica archivisticamente ignara e non per sua aberrazione specifica.&nbsp; Questo \u00e8 il passaggio pi\u00f9 delicato e, per certi versi pi\u00f9 intrigante, il discrimine tra il protrarsi di geremiadi recriminatorie e il manifestarsi di una necessaria concretezza. Non si tratta, \u00e8 bene precisarlo, di una crociata a difesa di generici valori archivistici. Anzi, in un approccio di questo tipo, la dimensione archivistica in senso stretto non ha una rilevanza preponderante. Ci\u00f2 che conta \u00e8 piuttosto impostare l\u2019equazione archivi uguale cittadini e ribadire che la cultura della gestione documentale non ci interessa solo nella sua dimensione scientifica e\/o disciplinare ma anche nell\u2019affermazione del suo insostituibile ruolo civico e pubblico. Tentare di aprire questo varco richiede umilt\u00e0, immaginazione e capacit\u00e0 comunicative che vanno ben oltre un generico <em>story telling<\/em> archivistico. Si dovrebbe forse muovere in direzione della messa a punto di paradigmi comunicativi realmente \u201cpubblici\u201d e capaci di penetrazione nell\u2019immaginario collettivo, affiancando ai canali informativi usuali, tutti a diverso titolo decisamente introflessi, spazi pi\u00f9 ampi, magari di minor tono <em>culturale<\/em> ma capaci di arrivare pi\u00f9 agevolmente al bersaglio. Il tentativo serio, e di nuovo concertato, di far leva su spazi pubblicitari opportunamente costruiti o di trovare margini di manovra nella stampa non specializzata, e fuori dalle pagine culturali, potrebbe ad esempio essere un\u2019ipotesi di lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Ma la comunicazione non basta ed \u00e8 forse pi\u00f9 l\u2019effetto che la causa di un processo di trasformazione necessario. Credo che al riguardo sia necessaria innanzitutto la consapevolezza che per uscire dalle secche in cui stiamo navigando non bastano aggiustamenti. Ritocchi pure indispensabili agli organici, tentativi pi\u00f9 o meno maldestri di mirabolanti conversioni digitali o continue elucubrazioni volte al massimo a conservare un disastroso status quo, in un\u2019inesausta partita a scacchi tra non vedenti, sono poco o per niente utili. Ci vogliono invece misure strutturali coraggiose -e perfino visionarie- che in questa fase dovrebbero venire prima delle specifiche esigenze di ognuna delle parti che costituiscono una comunit\u00e0 trasversale e composita. Ora pi\u00f9 che mai la parola d&#8217;ordine \u00e8 ecumenismo. Non servono contrapposizioni metodologiche o addirittura ideologiche sulle quali si pu\u00f2 continuare a discutere nei confini del dibattito scientifico. Serve invece una convinta comunit\u00e0 di intenti, sia pure nel rispetto e nell\u2019assolvimento dei reciproci ruoli. Bisognerebbe mettersi in condizione di sconfessare un\u2019azione politica ignorante e ignara, inconsistente e vacua nelle sue proposte, nel tentativo di intercettare interlocutori credibili, se esistono. Per quanto possa sembrare impossibile e per alcuni quasi spaventoso, si devono rompere le catene che ci inchiodano a un ministero che per prova provata non \u00e8 in grado di recepire determinate istanze, dedito alle sue pratiche circonvolute e <em>museum oriented<\/em>. Certo, nell\u2019immediato, anche in considerazione di una situazione complessiva davvero drammatica, si pu\u00f2 tentare di continuare a muoversi dentro all\u2019esistente per evitare il collasso totale e irreversibile del sistema. Per\u00f2 o cambia radicalmente il MIBACT, e sembra oggettivamente difficile, o quello non \u00e8 il posto per gli archivi. Porsi dei limiti pregiudiziali e rinunciare perfino all\u2019idea di poter uscire da quel tipo di sistema e dalle sue logiche (?) squisitamente ed inevitabilmente beneculturaliste pu\u00f2 rivelarsi un grave errore, una contraddizione in termini rivolta contro noi stessi. Iniziare invece a ragionare per il medio periodo, ipotizzando la costruzione di un\u2019agenzia per gli archivi capace di governare realmente la polifunzionalit\u00e0 nell\u2019interesse comune potrebbe darci ossigeno, farci almeno sperare che cambiare sia possibile. Se per\u00f2 liquidiamo l\u2019idea bollandola come ingenua utopia o marchingegno politico e istituzionale che non potr\u00e0 mai attivarsi, giunti a questo punto credo che sar\u00e0 inevitabile abdicare e rinunciare a un ruolo dentro alla societ\u00e0. In questa disastrosa continuit\u00e0 \u00e8 scritta la resa senza condizioni degli archivi fatti di diritti e di doveri.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Gli archivi per\u00f2 non meritano questo e hanno falcate ben pi\u00f9 ampie di quelle che riescono ad immaginare burocrati distratti da <em>ben altro.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Neppure m sembra sia utile la strenua difesa di confini di dominio o di ruoli cristallizzati. Anzi, ognuno di noi (e mi metto ovviamente per primo) dovrebbe forse meditare sull&#8217;opportunit\u00e0 di fare un passo indietro rispetto alle proprie posizioni consolidate e quantificarlo in termini di capacit\u00e0 di ascolto di altre legittime istanze. Mi sembra infatti che quella che dobbiamo difendere non sia la purezza della razza ma il suo auspicabile cosmopolitismo, dentro logiche di dialogo serrato e complesso, perch\u00e9 la soluzione, se esiste, non \u00e8 dietro l\u2019angolo e non \u00e8 precotta. Cercarla ci coinvolge tutti e ci impone di confrontarci a viso aperto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Dall\u2019alto non caler\u00e0 neanche uno straccio di meccanica divinit\u00e0. La questione archivistica dovr\u00e0 essere messa a fuoco dagli archivisti e le soluzioni dovranno venire dalla nostra comunit\u00e0 e da l\u00ec potranno aprirsi verso l\u2019esterno, reclamando un legittimo diritto di cittadinanza nell\u2019agenda politica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">In tutto ci\u00f2, spostandomi sul terreno che pi\u00f9 frequento e che mi compete da un punto di vista istituzionale, cosa pu\u00f2 fare l&#8217;universit\u00e0? E in che modo AIDUSA, l\u2019associazione dei docenti universitari, pu\u00f2 portare un contributo ai temi di cui stiamo parlando?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Al riguardo credo che innanzitutto l\u2019universit\u00e0, anche in tempi nei quali si tende ad isolarla dalla societ\u00e0 civile, obbligandola a recitare ruoli da comprimaria, asfissiata com\u2019\u00e8 da un\u2019iperfetazione burocratica, debba essere filologicamente fedele a s\u00e9 stessa e aprirsi all&#8217;intera comunit\u00e0, facendosi lievito di condivisione e collaborando fattivamente con tutti gli altri attori in commedia che abbiamo pi\u00f9 volte evocato. L\u2019Universit\u00e0, insomma pu\u00f2 essere intanto una cassa di risonanza, un attore proattivo nel diffondere e discutere valori, problemi e soluzioni. Tutto questo nella logica che abbiamo definito ecumenica, scevra da ogni volont\u00e0 di primato di questo su quello o viceversa, in un contesto dove cercare le gerarchie allontana dalla soluzione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Detto questo non c\u2019\u00e8 bisogno di inventarsi nulla, basta dare senso archivistico alla <em>mission<\/em> accademica, oggi notoriamente incardinata su didattica, ricerca e terza missione<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Intanto dobbiamo assolvere quindi a uno dei nostri ruoli essenziali: la formazione, per quanto partecipata e integrata con altri soggetti, prime tra tutte le scuole d\u2019archivio. Se ci guardiamo intorno non \u00e8 difficile accorgersi che ci serve una formazione solida, rigorosa e aggiungerei rispettosa, ma anche modellata sull\u2019insieme dei bisogni che caratterizzano un mercato del lavoro di nicchia e per certi ancora versi immaturo. Per diffondere la consapevolezza del ruolo sociale degli archivisti e per fornire strumenti per la &#8220;costruzione&#8221; di archivi attivi e pubblici servono infatti professionisti con i piedi ben piantati nella tradizione e nella conoscenza delle regole e nei principi della disciplina, ma anche aperti mentalmente all\u2019esercizio di compiti nuovi. La formazione, spinoso tema di lunga durata, deve essere al centro di ogni progetto, nella consapevolezza che solo dei professionisti prima di tutto consapevoli del ruolo e poi inevitabilmente seri e preparati, che si chiamano archivisti e niente di pi\u00f9, possano trovare davvero il bandolo della matassa. A patto che li si metta in condizione di operare. Mi sembra perci\u00f2 importante rivendicare ad ogni livello, facendone assioma preliminare, la centralit\u00e0 di questo profilo professionale ancora incredibilmente vessato e penalizzato da luoghi comuni resistenti ad ogni sollecitazione. Magari facendosi anche qualche domanda su come ci veicoliamo verso l\u2019esterno \u2013 non necessariamente ostile \u2013 e combattendo noi per primi l\u2019animaletto innocuo e benefico di crociana memoria che ogni tanto torna a far capolino. Gli archivisti non sono innocui, tutt\u2019altro. Quando esercitano in pieno il proprio ruolo possono fare molto male. E non sono neppure esattamente benefici perch\u00e9 nella logica in cui ci muoviamo la parola giusta \u00e8 indispensabili. Un po\u2019come gli ingegneri per i ponti o gli architetti per gli edifici, in pratica, a meno che non si preferisca un diffuso bricolage infrastrutturale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Le urgenti ricadute formative che \u00e8 legittimo attendersi per cavalcare la transizione infinita presuppongono nuovi percorsi, nuove logiche e nuove mentalit\u00e0. L\u2019archivistica resta centrale ma la dobbiamo sapere declinare anche come organizzazione dell\u2019informazione, cio\u00e8 come disciplina che intende dire la sua anche nei processi di kowledge management, virando decisamente verso lo studio di sistemi documentali contemporanei. Ci servono <em>archival manager,<\/em> nel cui profilo non manchino riferimenti ai valori e alle tecniche di lungo periodo. Sembra opportuno insomma passare dalla definizione <em>object oriented<\/em> di <em>record manager<\/em> a quella, consapevole della complessit\u00e0 relazionale e polimorfa del sistema archivio, di <em>archival manager<\/em>. Non si tratta solo di un riposizionamento semantico. E\u2019 piuttosto il tentativo di imparare a governare la profondit\u00e0 delocalizzata, diacronica e complessa di fenomeni documentari altrimenti sfuggenti, agendo sulla contemporaneit\u00e0 digitale, spesso incline a gestire i documenti come oggetti autosufficienti e dotati di vita propria. Rari corsi universitari ed alcuni master sono i primi segnali di inversione di tendenza da cui ripartire per un rinnovamento anche e soprattutto della mentalit\u00e0 di chi studia, in modo da iniziare a preparare figure competenti ma anche consapevoli e sufficientemente agguerrite. In certi momenti, infatti, una certa aggressivit\u00e0 rivendicativa, se ben orientata e scevra da velleitarismi sterili, non guasta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Un altro fronte di vitale importanza per l\u2019universit\u00e0 \u00e8 poi naturalmente quello della ricerca scientifica che ha ricadute specifiche in termini di conoscenza ma, a cascata, impatta anche sulla qualit\u00e0 di quel percorso formativo di cui parlavamo sopra. La ricerca archivistica \u201cpura\u201d, ammesso e non concesso che si possa usare questo termine, ci pone di nuovo davanti a un bivio e la scelta della strada che si intende percorrere non \u00e8 priva di conseguenze. O, forse, la scelta non c\u2019\u00e8, se la ricerca \u00e8, da dizionario, \u201cogni attivit\u00e0 di studio che abbia come fine l\u2019acquisizione di nuove conoscenze\u201d. Senza bisogno di rinnegare il passato e nella consapevolezza che c\u2019\u00e8 ancora molto da dire e da capire in merito a quello che \u00e8 gi\u00e0 stato e che spesso si annida ancora inespresso nei grandi o nei piccoli depositi archivistici, anche nel nostro settore queste conoscenze nuove stano davanti a noi. La consapevolezza metodologica consolidata ci serve a perfezionare la conoscenza del passato, anche di quello strettamente documentario, ma batte piste che non sono nuove. Vanno seguite con fatica, merito e attenzione ma non ci mancano i metodi e gli strumenti per farlo. Un inventario \u00e8 indubbiamente il prodotto di una ricerca, ma di una ricerca \u201capplicata\u201d, non pura. Non mette in discussione statuti epistemologici e metodologici e non entra nel merito dell\u2019innovazione, per quanto il metodo stesso possa sperimentare aggiustamenti e le tecniche e gli strumenti della descrizione possano evolversi e ampliare i loro obiettivi. Sembra allora opportuno tentare di disambiguare l\u2019espressione \u201cricerca archivistica\u201d, separando la ricerca <em>in <\/em>e <em>con <\/em>l\u2019archivio dalla ricerca <em>sugli <\/em>archivi. Lavorare <em>sugli<\/em> archivi pu\u00f2 significare infatti applicare quel metodo induttivo che pi\u00f9 di ogni altro si addice all\u2019archivistica, in cerca delle conseguenze&nbsp; -epistemologiche prima e applicative poi \u2013 che l\u2019evoluzione della societ\u00e0 e dei suoi strumenti ha sugli archivi e, quindi, sulla disciplina che li mette al centro dei propri interessi di studio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Il terreno di questo tipo di ricerca archivistica pu\u00f2 essere un presente gi\u00e0 fortemente informato dell\u2019ineluttabilit\u00e0 di ci\u00f2 che avverr\u00e0. Ad essere ottimisti ci aspettano davvero \u201cautomobili ebbbre di spazio\u201d, un futuro sbilanciato verso un saggio futurismo, se \u00e8 lecito l\u2019ossimoro. La nostra innata dimestichezza col tempo e con i suoi svolazzi diacronici pu\u00f2 concederci il privilegio di immaginare la societ\u00e0 futura, a partire dai nostri metodi e dalla capacit\u00e0 di leggere controluce quella che genericamente definiamo evoluzione tecnologica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Le macchine pensanti e i loro servigi possono aiutarci in molti modi, alleviando il peso di operazioni da sempre condizionate nella loro reale efficacia da una schiacciante dimensione quantitativa. Basta solo accennare alle ipotesi di classificazione automatica o semiautomatica dei documenti e quindi ad un governo tecnologico delle modalit\u00e0 di sedimentazione degli archivi dentro a scenari liquidi e delocalizzati dove l\u2019efficacia del titolario pu\u00f2 perdere qualche colpo. Il titolario deve restare, ovviamente, ma, potremmo dire, con una funzione didattica: insegnare alle macchine a classificare, farle ragionare secondo logiche tassonomiche e funzionali indispensabili ma difficili ormai da gestire \u201ca mano\u201d. Alle macchine, se le educhiamo a dovere, possiamo lasciare il lavoro sporco. Se la mettiamo cos\u00ec il digitale, con buona pace di affrettati millenarismi, non ci sostituir\u00e0 perch\u00e9 non \u00e8 la risposta ma, in qualche modo, la domanda. Non la soluzione ma lo strumento verso le soluzioni. <em>Learning machine<\/em>, algoritmi capaci di imparare da s\u00e9 stessi dentro a reti informative in apparenza sempre pi\u00f9 autonome si avviano ad essere la normalit\u00e0. Gli altri mondi di Asimov da cui siamo partiti. Ma \u00e8 anche vero che il compito della ricerca scientifica \u00e8 quello di creare quegli anticorpi di solida (umana?) realt\u00e0 che servono a bilanciare il tutto. Il senso profondo della ricerca allora dovr\u00e0 andare in direzione del dialogo ineludibile con questa nuova tipologia di interlocutori, spingersi nelle pieghe degli algoritmi e imparare a piegarli ad esigenze tutt\u2019altro che robotiche perch\u00e9 profondamente umane.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Questo \u00e8 vero anche se ci spostiamo nella dimensione apparentemente retroflessa degli archivi gi\u00e0 formati, quelli che definiamo <em>storici<\/em>, anch\u2019essi oggetto di robuste rivisitazioni digitali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">La digitalizzazione meccanica del patrimonio culturale, intesa come semplice riproduzione e ricollocazione di oggetti, come abbiamo visto, \u00e8 per\u00f2 ormai un\u2019attivit\u00e0 di routine, utile ma non certo sufficiente a gestire al meglio le risorse nel loro ibrido insieme. Queste attivit\u00e0 non hanno pi\u00f9 nulla di innovativo, sono prassi consolidate che non consentono pi\u00f9 enfatici approcci comunicativi, scesi dall\u2019alto a miracol mostrare, direbbe il padre Dante. Vanno governate con l\u2019attenzione dovuta e con il giusto rigore selettivo perch\u00e9, a ben guardare, anche in queste retrovie digitali resta molto lavoro da fare e molti sono gli esperimenti da tentare. Ma quel terreno \u00e8 pi\u00f9 stabile di quello, davvero di frontiera, dove si agitano gli spiriti dell\u2019intelligenza artificiale. Spiriti peraltro non necessariamente ostili, almeno a giudicare da alcuni progetti che gi\u00e0 ci dimostrano quali possano essere le future destinazioni d\u2019uso di queste tecnologie. L\u2019approccio descrittivo, appoggiato su percezioni rigorosamente strutturali all\u2019interno le quali gli archivi sono avviluppati in una logica di&nbsp; relazioni figlie di processi di cause ed effetto, si affaccia alla multidimensionalit\u00e0, ad un allargamento in senso intercontestuale degli archivi stessi. Seguire questo percorso ci insegner\u00e0 probabilmente cose che ad occhio nudo non riuscivamo a vedere, e sprigioner\u00e0 energie nuove ma non meno <em>reali<\/em> di quelle cui abbiamo attinto fino ad oggi nel \u201craccontare\u201d gli archivi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Ma, avviandoci a concludere, torniamo al ruolo dell\u2019Universit\u00e0 e a quella terza missione che insieme a didattica e ricerca ne orienta le attivit\u00e0. Sembra utile tentare di calare gli assunti teorici e le speculazioni futuribili nella concretezza dei bisogni archivistici, magari curando in maniera particolare la dimensione di una comunicazione che \u2013 come abbiamo ricordato \u2013 sia capace di andare oltre alla sua vocazione scientifica, pure indispensabile. Sarebbe bello che, senza con questo tradire niente e nessuno \u2013 riuscissimo a trasmettere all\u2019opinione pubblica un\u2019informazione diffusa in merito all\u2019utilit\u00e0 polifunzionale degli archivi. Anche a questo livello gli archivisti possono sicuramente stupire se stessi e il mondo che li circonda perch\u00e9 una dote precipua dell\u2019archivista \u00e8 proprio l\u2019immaginazione, la capacit\u00e0 di dare spessore fisico alle parole, di tradurre in fatti e azioni testimonianze altrimenti statiche e mute quando si trovino nello stato di quiete.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">La spallata pi\u00f9 importante a un castello di carte decisamente gi\u00e0 traballante potrebbe arrivare \u2013 e in tempi brevi \u2013 proprio da qui, nel momento in cui si riuscisse a rompere il circolo, stavolta vizioso, di una comunicazione sempre tristemente uguale a s\u00e9 stessa. L\u2019universit\u00e0 pu\u00f2 essere la casa di questo confronto linguistico orientato alla messa a punto di un marketing virtuoso che sia a sostegno di un diffuso consumismo civico e sociale l\u2019unico che potrebbe portarci fuori da secche davvero insidiose.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Per tentare di raggiungere questi obiettivi, indipendentemente dal ruolo dei singoli e dei gruppi, quella che sembra servirci \u00e8 insomma un&#8217;archivistica attiva, partecipata, condivisa. Un\u2019archivistica&nbsp; <em>politica<\/em> che sappia sollevare dubbi e contribuire a ipotizzare risposte a bisogni reali e quotidiani, in cerca di quel civismo diffuso di cui tanto si avverte la necessit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">La navigazione assistita verso i nuovi vecchi mondi pu\u00f2 partire. Ma il timer segna gi\u00e0 un inquietante count down, bisogna affrettarsi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right\">FEDERICO VALACCHI<br><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Veemente dio d&#8217;una razza d&#8217;acciaio,Automobile ebbrrra di spazio!, Isaac Asimov scriveva nel 1954 che \u201ctorneremo alla terra\u2026ma su mondi diversi\u201d. Isaac Asimov scriveva nel 1954 che \u201ctorneremo alla terra\u2026ma su mondi diversi\u201d. 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