{"id":298,"date":"2020-02-15T13:11:16","date_gmt":"2020-02-15T12:11:16","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/?p=298"},"modified":"2020-02-15T13:11:16","modified_gmt":"2020-02-15T12:11:16","slug":"un-coniglio-dal-cilindro-per-una-possibile-comunicazione-degli-archivi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/2020\/02\/15\/un-coniglio-dal-cilindro-per-una-possibile-comunicazione-degli-archivi\/","title":{"rendered":"Un coniglio dal cilindro.  Per una possibile comunicazione degli archivi"},"content":{"rendered":"\n<p><em><br> <\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>\u201cLa\nrealt\u00e0 degli archivi \u00e8 dura. Secolare incuria, congiunturale incultura,\nstrutturale marginalit\u00e0. Difficolt\u00e0 se non impossibilit\u00e0 a entrare, come\nsarebbe opportuno e necessario, nel ciclo produttivo che pure sostengono. Le\nparole degli archivisti sono deboli, frammentate, inopinatamente titubanti. La\nrealt\u00e0 l\u00e0 fuori \u00e8 ostile. Servono rabbia, determinazione, umilt\u00e0. Per far s\u00ec\nche la realt\u00e0 diventi un\u2019altra, gli archivi affollate piazze di tutti e non\ncaverne profonde per speleologi gelosi. La realt\u00e0 la possono cambiare gli\narchivisti, non servono miracoli che non arriveranno\u201d<a href=\"#_ftn1\"><strong>[1]<\/strong><\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Il fulcro di questo breve contributo \u00e8 un\nracconto frutto di un processo di pura immaginazione archivistica e del bisogno\ndi trovare nuovi modi di illustrare e comunicare gli archivi. La storiella accenna,\nmagari in maniera poco ortodossa, a temi di lunga e\/o media durata della teoria\ne della pratica archivistica, tentando di dar &nbsp;loro un volto e uno spessore che ne fissi\nl\u2019essenza al di l\u00e0 del linguaggio usuale e dell\u2019approccio tecnico consueto. Potrebbe\nsembrare irriverente intervenire in questo modo in un volume cos\u00ec importante e\na cui tengo molto. Ma, in fondo, il mio profondo rapporto con Marisa Borraccini\n\u00e8 sempre stato improntato all\u2019allegria e quindi spero che non me ne vorr\u00e0.<br>\nIl tema in s\u00e9, d\u2019altra parte, indipendentemente da come lo si declini, \u00e8 invece\ndella massima seriet\u00e0 e complessit\u00e0. Nella sua essenza l\u2019archivistica, lo si\ndice da molto, \u00e8 infatti una disciplina di comunicazione. Ma la comunicazione\narchivistica \u00e8 fenomeno sfaccettato e complicato e porta con s\u00e9 esigenze\ndiversificate che cambiano in ragione del mutare delle finalit\u00e0 per cui ci si\navvicina ai complessi documentari e ai contesti in cui essi sono calati. La\ncomunicazione \u00e8 una pratica che va oltre la mediazione o, meglio, arricchisce e\npotenzia la mediazione. Va anche oltre gli strumenti di ricerca, da cui come\nvedremo la comunicazione comunque muove. Gli strumenti infatti, qualunque sia\nl\u2019approccio comunicativo adottato, rimangono fondamentali, sono l\u2019unico\ncarburante di qualsiasi processo comunicativo. Allo stesso modo rimangono centrali\nle consolidate pratiche archivistiche di descrizione e ordinamento. Senza queste\nbasi \u00e8 inutile pensare a qualsiasi forma di comunicazione. Va anche detto che\nnon si deve confondere la comunicazione con la banalizzazione. Si tratta\npiuttosto di tarare sugli utenti quello che, con una certa compiaciuta retorica,\nsi definisce il racconto degli archivi. In questo senso ci\u00f2 che sembra\nnecessario \u00e8 una comunicazione archivistica graduale, capace di raggiungere\nbersagli precisi, ben identificati e che si ponga l\u2019obiettivo di rompere il\nsostanziale accerchiamento che tanto penalizza gli archivi.<\/p>\n\n\n\n<p>Raccontare\ngli archivi pu\u00f2 significare anche fare uno sforzo di immaginazione, andare\nfuori dai canoni, quasi in odore di irrispettosa follia verso i sacri testi e\nuna coscienza professionale talvolta rigida. Basta averne la consapevolezza e\ncontinuare, su altri fronti, il confronto con quei testi e quella coscienza, &nbsp;senza abbandonare la ricerca di natura\nmetodologica e seguendo nelle sedi scientifiche a ci\u00f2 deputate le evoluzioni\nche accompagnano la disciplina nella concretezza delle fenomenologie archivistiche\ncontemporanee.<\/p>\n\n\n\n<p>Si\npu\u00f2 insomma provare a pensare a un doppio binario. Da una parte lo studio\nrigoroso degli archivi e delle loro evoluzioni e rivoluzioni sotto la pressione\ndel maglio digitale, dall\u2019altro una divertita tendenza a trarre dagli archivi\noltre che un coacervo di valori un sorriso che contribuisca ad abbattere\nqualche barriera e ad avvicinare ai cittadini i complessi documentari e tutto\nquello che ruota loro intorno.<\/p>\n\n\n\n<p>A\nquesto punto, per\u00f2, \u00e8 arrivato il momento di lasciare la scena ai veri protagonisti\ndel modello comunicativo che in questa sede commentiamo, seguendo un\u2019avventura\ndei personaggi immaginari che popolano il mondo di Archinia, altrettanto\nimmaginaria capitale di un sogno comunicativo archivistico che forse avrebbe\npotuto ben figurare tra le citt\u00e0 invisibili di Calvino<a href=\"#_ftn2\">[2]<\/a>. Di quello stesso Calvino\nche scriveva che \u201canche\nle citt\u00e0 credono d&#8217;essere opera della mente o del caso, ma n\u00e9 l&#8217;una n\u00e9 l&#8217;altro\nbastano a tener su le loro mura. D&#8217;una citt\u00e0 non godi le sette o settantasette meraviglie,\nma la risposta che d\u00e0 a una tua domanda.<\/p>\n\n\n\n<p>Si parva licet dentro a\nquesto scenario immaginifico Thomas Baffo, Identit\u00e0 e tutti gli\naltri personaggi, come avremo modo di ripetere sono altrettanti simboli, forse\nespressione di un bisogno che cerca di uscire allo scoperto. Ma lasciamo a loro\nla parola.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIdentit\u00e0 ha\nquattro zampe veloci, un muso affilato, orecchie acute e una coda breve e\nagitata. Secondo i canoni estetici (che nella fattispecie poi sono can\u00f2ni) non\nsi pu\u00f2 dire bello. Piuttosto lo potremmo definire intenso. Fa una vita\nsregolata, dentro ai vicoli di Archinia, citt\u00e0 della memoria. Una citt\u00e0 a sua\nvolta non bella, non omogenea, fatta di strade che tornano su s\u00e9 stesse, di\npiazze piene di avvenimenti non raccontati, raccolti in cumuli che arrivano\nfino alla sommit\u00e0 di strani palazzi con finestre che guardano all\u2019interno. Le\ntorri di Memoria sono fatte di mattoni di tempo che fluttuano in uno spazio\nvago e indefinito. Ci sono fontane da cui sgorgano ore nuove di zecca che\nsubito invecchiano. E\u2019 circondata dai Monti dell\u2019Oblio alti, tenebrosi e quasi\ninvalicabili. Gli abitanti si procacciano da vivere scavando tra i mucchi di\nfatti, alla ricerca di scoop da vendere al Grande Cugino, despota\nincontrastato. Si vive di fatti ad Archinia, ma di fatti raccontati, gi\u00e0\naccaduti oppure che ancora devono accadere, &nbsp;non si sa come, quando e\ndove. Non esiste il presente in senso stretto. Non c\u2019\u00e8 tempo per il presente\nl\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>Identit\u00e0 \u00e8\nspecializzato nella caccia ai non detti. Cio\u00e8 a quei fatti che non essendo\nstati raccontati non esistono e giacciono inerti nei mucchi. I non detti sono\npiccole e tremolanti anime verdi con gli occhi incassati dentro corpi di\nlemure. Tutto oscilla ad Archinia, e cos\u00ec anche i mucchi di fatti. Non sono\npoche le volte che Identit\u00e0 finisce incastrato sotto a cumuli di vicende. Le\npi\u00f9 spigolose sono le assemblee condominiali, retaggio drammatico delle umane\nmiserie. Identit\u00e0 ha fiuto, sa scovare fatti freschi di storia, stanare il\npensiero, imbrancare come un cane da pastore greggi di dati riottosi. Ma Identit\u00e0\n\u00e8 in fondo un sovversivo. Non ama il Grande Cugino, non caccia per lui.\nIdentit\u00e0 porta acqua al mulino dei conigli sapienti, setta visionaria che fa\ndel tempo e dei suoi ghirigori la prpria lotta armata di parole. I conigli sapienti\nsi nascondono nelle pieghe della valle del Senso, dove vivono in tane sicure.\nSono attenti a dettagli in apparenza insignificanti, si nutrono esclusivamente\ndi carote contestualizzate e di cellulosa frutto degli scarti. E ruminano dati\ne date. Instancabili. Cos\u00ec come il Grande Cugino infesta l\u2019etere di raffinata\nbanalit\u00e0 suadente, i conigli disseminano dubbi, raccontano storie di esseri\nstrani, mutanti del tempo e dello spazio. E Identit\u00e0 \u00e8 il loro fornitore.\nCacciatore dal fiuto indiscutibile sempre vestito di un largo gilet a toppe,\nIdentit\u00e0 si aggira di notte per le strade di Archinia. Sa che Thomas Baffo, il\ncapo dei conigli sapienti, predilige avanzi di fatti, particolari poco evidenti\nche egli sa trasformare in possibili controverit\u00e0. Stralci di parole di un\nnotaio, confidenze di un gesuita, sussurri di rivoluzionari, ogni piccola\ntraccia scatena l\u2019attenzione di Identit\u00e0. Lo strano cane costruisce se stesso\nogni notte, indugiando dubbioso su cumuli di macerie fattuali. Il suo sogno \u00e8\nquello di penetrare nel grande edificio, quello che chiamano il Palazzo dei\nFatti Veri o, i pi\u00f9 raffinati, il <em>Locus\nCredibilis<\/em>, per carpirne e violarne i presunti segreti. Prepara da tempo\nl\u2019incursione e tante volte ne ha parlato con Thomas Baffo, ansioso come lui di\nattingere a quella fonte inesauribile di possibili realt\u00e0. La sorveglianza per\u00f2\n\u00e8 stretta. Il Grande Cugino, consapevole dell\u2019importanza del controllo del\npalazzo e dei suoi contenuti, ne ha affidato la custodia ai temibili occhiuti.\nCostoro, in spolverina, mascherina e occhiali, tutti ingobbiti dal lungo penare\nsulle carte, hanno costruito trincee di polvere e luoghi comuni e li hanno\ninnalzati a difesa dei fatti che l\u2019edificio, situato su uno sperone di roccia\nperennemente tormentato dal tuono della tradizione, gelosamente conserva.\nQuella degli occhiuti \u00e8 una casta tristemente famosa. Si nutrono esclusivamente\ndi brodo di pergamena, carta macerata e, si mormora con orrore, di membra di\nperoniani. Dominano dall\u2019alto l\u2019edificio, o meglio il castello delle presunte\nverit\u00e0. Non lasciano avvicinare nessuno senza il lasciapassare del Grande\nCugino, e alimentano miti nefasti per tenere lontani gli abitanti di Archinia dalla\nloro roccaforte. Si racconta sommessamente di fantasmi orribili che si agitano\ntra gli scaffali. Si dice che essi trascinino rumorosamente manuali di gestione\ne set di temibili metadati. Pesanti inventari, taglienti regesti, acuminati\ntransunti sono le loro armi. Il pi\u00f9 occhiuto degli occhiuti, detto il direttore,\npresidia personalmente le stanze di accesso per evitare intrusioni e\ncontaminazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Sembra una\nsituazione senza tempo, immersa in un tempo circolare che non riconosce pi\u00f9 s\u00e9\nstesso. E la citt\u00e0 intorno vegeta, afflitta da una grave malnutrizione\ninformativa e da profonde crisi esistenziali.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma Identit\u00e0 alla\nfine si decide. Affronter\u00e0 gli occhiuti. Per farlo gi\u00e0 da tempo ha iniziato un\npercorso iniziatico presso la locale Abbazia della Sacra Carta. Il percorso \u00e8\n&nbsp;volto al conseguimento del diploma di volontario esploratore, unico tipo\ndi lavoratore che il Grande Cugino ammette nell\u2019edificio sacro, sfruttandolo a\npi\u00f9 non posso. Il percorso \u00e8 difficile ma grazie ai consigli dell\u2019amico Baffo\nl\u2019arguto animale si \u00e8 impossessato dei saperi che consentono di interpretare\ngli scrigni magici. Sa ormai di paleografia dello scontrino medievale,\nneografia (disciplina che studia le carte geografiche dopo la caduta del muro\ndi Berlino e la moltiplicazione delle province sarde) di diplomatica applicata\nai cristalli di neve, di storia dei vessilli preunitari nel Mezzogiorno\nd\u2019Italia e di altre discipline di simile ordine cosmico e generale. Abbandona\nil suo gilet, si traveste con un completo da volontario rigorosamente OVS,\nimpara a camminare su due zampe e si presenta al castello. L\u2019occhiuto lo\nsquadra insospettito e sembra non cascarci. &nbsp;\u201cChi saresti tu con questo\nmuso affilato?\u201d Gli chiede. E Identit\u00e0, pronto, \u201csono un ccva (cio\u00e8 un colui\nche vuole aiutare).\u201d \u201cE in che cosa pensi di essere utile ?\u201d &nbsp;\u201cPosso spolverare\nscaffali, uccidere ragni, spostare mazzi di carte, inseguire i pinguini che si\nannidano nei faldoni.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cPer entrare e\nessere ammesso al cospetto delle segrete cose (e l\u2019occhiuto si inchina\ndeferente) dovrai superare il fossato del tempo che vola. Te la senti? Nel\nfossato nuotano filze voraci e rari esemplari di Cencetti <em>vincolatus<\/em>, una <em>universitas\nrerum<\/em> feroce, sappilo\u201d. \u201cHo con me i miei amuleti\u201d disse Identit\u00e0. \u201cCi\nprover\u00f2\u201d. Si avvicina al fossato con volto impavido, ma temendo in cuor suo di\nfinire sopraffatto da tutta quella dottrina. Finge di pregare non la materie ma\nle istituzioni, ripassa mentalmente il principio di provenienza, si specchia\nnelle acque e estrae dallo zaino un pacchetto. E\u2019 uno speciale volume di gomma,\nuna rara copia gonfiabile dell\u2019inventario del Regio Archivio di Stato in Lucca.\nGonfia il piccolo tomo che si fa zattera e si cala nel fossato. Immediatamente\nalla sua destra si erge un minaccioso Baldassarre Bonifacio, urlante. Identit\u00e0\nse ne libera con una delle 1000 versioni note del codice dell\u2019amministrazione\ndigitale che ha con s\u00e9 e si inoltra nelle acque limacciose salmodiando le\nregole tecniche del medesimo CAD. Non \u00e8 ancora a met\u00e0 quando dall\u2019alto del\ncastello un occhiuto gli scaraventa contro una raffica di titolari, tra cui il\nletale Titulus, titolarione dei titolari. Di fronte a tanta minaccia Identit\u00e0\nsi vede perduto. Oscilla smarrito, indietreggia. Poi l\u2019illuminazione.\n\u201cOntologie\u201d, tuona con tutte le forze. C\u2019\u00e8 un rumore sinistro le tassonomie si\naccartocciano procedono in maniera orribile dal particolare al generale e\ninfine scompaiono lasciandosi dietro un vago odore di albero rovesciato\ncarbonizzato. Identit\u00e0 rincuorato procede e intravede l\u2019altra sponda ma qui gli\nsi palesa l\u2019ostacolo pi\u00f9 imprevisto e arcigno. L\u2019intera trib\u00f9 dei sistemi\ninformativi, guidati dal famelico SAN, lo scruta minacciosa. Sono molti,\nselvaggi, parlano lingue incomprensibili ai pi\u00f9. Sono vestiti di cangianti\ngerarchie, agitano soggetti produttori come clave. Eccoli, arcigni, SIAS,\nSIUSA, SIASFI, SIASVE, e poi la Guida dalle due teste e il fantasma\ndell\u2019Archivio Multimediale del Mediterraneo. Stavolta Identit\u00e0 sembra perduto.\nA nulla serve evocare gli spiriti benigni del buon senso e della corretta\namministrazione. Occhiuti narcisisti incitano selvaggiamente i sistemi che si\nimpennano, si gonfiano. Poi, d\u2019improvviso, squilla un telefono. Dall\u2019altro capo\ndel filo (l\u2019edificio non pu\u00f2 permettersi wireless) si sente una voce un po\u2019\nincerta, abbastanza palesemente camuffata: \u201cSalve sono un utente, cerco\ncontenuti, non strutture e sovrastrutture\u201d. Cade un silenzio ancestrale. SAN\nsbianca, sbricia nei portali tematici, balbetta metadati di scambio con i\nsitemi aderenti. Gli occhiuti si guardano interdetti. Poi tutti, in rotta,\ncorrono a ripararsi nel castello. Al telefono, ovviamente, era Thomas Baffo, in\nuno dei suoi pi\u00f9 riusciti travestimenti, quello dell\u2019ignaro utente. Identit\u00e0\ntocca trionfante l\u2019altra riva, sgonfia il Bongi lo ripone nello zaino delle\navite descrizioni e si incammina verso il castello. Sulla porta, ovviamente,\nincontra un guardiano. E chi altro?. Non \u00e8 per\u00f2 un portiere qualunque. E\u2019 stato\nselezionato tra quelli provenienti da Prestigiosi Istituti. Ha il giusto\nsussiego, la necessaria punta di disprezzo per l\u2019interlocutore, lo sguardo\nsprezzante verso i comuni mortali. Chiede a Identit\u00e0 di declinare le proprie\ngeneralit\u00e0 rimontando quattro generazioni, lo interroga sui gusti alimentari,\nlo tocca appena con la punta di un bastone e infine fa scattare il meccanismo\ndella porta. Entrando, per poco Identit\u00e0 non sviene di colpo. Essere ammessi\nalla corte del tempo, vedere dal vivo il paradiso dei dati\u2026rischia di essere\ntroppo per lui. Sulla parete campeggia un monito: Sia lode al Soggetto\nProduttore. Mentre ancora indugia con lo sguardo sulle navicelle leggere che\ntrasportano e organizzano memoria da un lato all\u2019altro dell\u2019enorme stanza\ncentrale, si sente chiamare per nome. \u201cVieni! Noi sappiamo tutto e non pensare\ndi averci ingannato. Adesso sei qui e ci aiuterai a debellare i conigli sapienti\nin nome del Grande Cugino\u201d. A parlare \u00e8 un tappetto coi tacchi, gli immancabili\nocchiali, che mentre si sposta snocciola un rosario di sacri testi. Inutile\ncitarli. Sono sacri mica per niente. Porta Identit\u00e0 in una stanzetta dalle cui\npareti pendono anime di carta che sbucano da faldoni poderosi. \u201cDov\u2019\u00e8 Baffo? \u201c,\nchiede il tappetto. \u201cPerch\u00e9 si ostina a negare la sola, gerarchica, piramidale,\nmonolitica verit\u00e0?\u201d Identit\u00e0 \u00e8 un cane di mondo, prende tempo. \u201cBel posto qui,\nforse vagamente ossessivo con tutte queste anime\u2026\u201dSi becca il volume degli\nindici della Guida Generale di taglio in pieno stomaco. Traballa. Gli scagliano\ncontro pure l\u2019introduzione della Guida, gravida di tempo. Identit\u00e0 resiste\nripassando mentalmente gli standard da ISAD a RIC. \u201cNon vuoi collaborare? Ci\npensiamo noi\u201d. L\u2019ometto batte le mani e entra un altro attempato occhiuto con\ndelle schede in mano. Identit\u00e0 guarda meglio. Capisce di che si tratta: vincolo\nextraistituzionale esterno. Sbianca come possono sbiancare i cani, cio\u00e8 non\nsbianca, immagina di impallidire. Insomma, non importa. Ma trema impaurito. Il\nvecchietto inizia a parlare e si avvicina lentamente all\u2019acme della tortura.\nIdentit\u00e0 sente che sta per perdere i sensi\u2026 Il vecchietto si ferma. Identit\u00e0\nrespira affannato poi, in un soffio, dice\u2026 \u201cParler\u00f2. Non lo si biasimi. Nulla e\nnessuno pu\u00f2 resistere al vincolo extraistituzionale esterno, creatura mostruosa\nche attorciglia fisicamente i neuroni e ingolfa orridamente le sinapsi.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cI conigli\nsapienti \u2013 dice Identit\u00e0- vivono fuori dalla citt\u00e0 di Archinia, in una vallata cosparsa\ndi luce azzurrognola. Non praticano il culto del tempo, n\u00e9 quello dello spazio.\nCredono nella coscienza, filtro di tutte le informazioni. Non c\u2019\u00e8 gerarchia\ndescrittiva, n\u00e9 ansiosa tassonomia. La societ\u00e0 dei conigli \u00e8 una rete distesa\ntra le colline. Si nutrono di contesti, carote contestualizzate, e producono\nogni giorno contenuti in formato aperto che regalano sui banchetti fuori dalle\ntane&nbsp; a chi li voglia utilizzare. Pregano la dea interoperabilit\u00e0 e credono\nnel futuro, che non sia schiavo del passato. Hanno sostituito da tempo i\nsistemi informativi con algoritmi semantici rapidi e silenziosi come la neve.\nSono allergici ai beni culturali intesi come specializzazioni di dominio. Una\ndidascalia museale ne pu\u00f2 stendere tre o quattro in un colpo solo\u201d. Temono come\nil Demonio l\u2019ICCD.\u201d Si pente subito di quello che ha detto ma l\u2019ometto \u00e8 ancora\nl\u00ec, brandendo il vincolo. Poi di improvviso si ricorda che pu\u00f2 esserci una via\nd\u2019uscita. Una soluzione per salvare, per cos\u00ec dire, coniglio e cavoli. \u201cIo ho\ncollaborato\u201d disse al primo occhiuto. \u201cOra che farete di me?\u201d &nbsp;\u201cSemplice,\nsarai sciolto nel diplomatico\u201d \u2013 risponde quello impassibile- \u201cLo immaginavo \u2013\ndice Identit\u00e0 , ma, vede io ho delle capacit\u00e0 particolari, forse potrei esservi\nutile. So muovermi a naso dentro al metodo storico, so fiutare l\u2019ordine\noriginario. Non c\u2019\u00e8 soggetto produttore che possa sfuggirmi e mi sono\nalimentato a lungo con le NIERA, fino a una sorta di mitridatizzazione- proprio\nper questo. Ho frequentato le scuole di metodo canino, studiato i testi di\nEugenio Canenova e Giorgio Cagnetti e il mio olfatto non mi inganna: da un\nsemplice brandello di documento so risalire all\u2019ordine quale era\u201d. \u201cMmmhh\u201d dice\nl\u2019occhiuto. Dovrai dimostrarlo\u201d. Prende un frammento di bastardello solo e\ndecontestualizzato come solo certi bastardelli sanno essere e lo porge a\nIdentit\u00e0. Il cane lo guarda e soprattutto lo annusa. Poi dice \u201cPosso muovermi?\u201d\nE tornato finalmente sulle pi\u00f9 comode quattro zampe e schizza veloce fuori dalla\nstanza. Percorre col naso a terra decine di sale tappezzate di scaffali,\nseguito da un numero crescente di occhiuti. Ogni tanto si ferma, fiuta l\u2019aria\nsatura di polvere ammorbante e riparte. Si ferma sulla soglia di una porta di\nmetallo. Gli occhiuti ghignano. \u201cQuella -dice uno di loro- \u00e8 la porta che\nconduce negli scantinati dei senza soggetto, ovvero dei casi impossibili, tutta\ninformazione che non serve. Incurabile. Neppure ricorrendo a massicce\napplicazioni di iperfondo, la pozione pi\u00f9 assurda e potente di cui disponiamo\u201d.\n\u201cApritela\u201d dice Identit\u00e0. Sceso in cantina punta decisamente verso uno scaffale\ne guaisce di soddisfazione: appoggiato l\u00ec sopra stava l\u2019altro pezzo del\nbastardello che, ricomposto rivela il nome del notaio e, ovviamente, tutto il resto\n\u00e8 noia. Tutti eccitati gli occhiuti decidono che bisogna illustrare il\nfenomenale evento addirittura a mister MIBACT, il magnate straniero che a tempo\nperso si occupava anche di loro, nella speranza che questa volta tra un film e\nun museo li avrebbe pressi in considerazione. Fu necessaria una lunga\nanticamera ma finalmente mister Mibact, che di nome faceva talvolta Dario, anzi\nDary, li ricevette. Gli occhiuti magnificarono le doti del cane ma MIBACT non\nne capiva l\u2019utilit\u00e0 e chiese semplicemente se sapeva digitalizzare con le\norecchie, perch\u00e9 aveva una certa idea\u2026Fu a questo punto che Identit\u00e0\napprofittando della delusione e dell\u2019imbarazzo degli occhiuti schizz\u00f2 come un\nfulmine verso la finestra gonfi\u00f2 il Bongi lo scaravent\u00f2 di sotto e ci si lanci\u00f2\nsopra. In quell\u2019istante passava Thomas Baffo a bordo della sua potente\nautovettura alimentata a LOD (da cui tessere le LOD di Baffo, dice sempre\nIdentit\u00e0 che \u00e8 un vero burlone). I due fuggirono verso la valle dei conigli\nsapienti per organizzare la resistenza. Agli occhiuti rimase solo l\u2019odore del\nsolito albero rovesciato in fiamme, che era stato incendiato da Baffo per\nostacolare l\u2019inseguimento\u201d<a href=\"#_ftn3\">[3]<\/a>.\n<\/p>\n\n\n\n<p>Questi dunque gli\navvenimenti. Lasciando Thomas Baffo e Identit\u00e0 ad organizzare la loro\npersonalissima Resistenza possiamo quindi abbandonare per il momento Archinia e\ni luoghi dove si muovono i protagonisti di questa scanzonata burla\narchivistica, per tentare di capire quale sia il contesto pi\u00f9 ampio entro al\nquale si debba ricondurre un simile tentativo comunicativo. Precisando\nnaturalmente che ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti \u00e8\npuramente casuale\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>In questo senso sembra\nallora inevitabile tornare al punto di partenza, alle forme e ai modelli della\ncomunicazione archivistica. Magari ribadendo subito un concetto fondante,\nquello della polifunzionalit\u00e0 degli archivi, che porta con s\u00e9 una molteplicit\u00e0\ndi modalit\u00e0 d\u2019uso e un accavallarsi, quasi verrebbe da dire un accanirsi, di\nprassi intorno ai complessi documentari. Magari si potrebbe anche riflettere\nsull\u2019uso pubblico, attivo, degli archivi, nel tentativo di coglierne il ruolo\ndi collante non solo culturale di interi tessuti sociali. Gli archivi valutati\nquindi come patrimonio comune, funzionali ad esigenze civili, sociali e\npolitiche, ancor prima che storiche e culturali hanno del resto un disperato\nbisogno di uscire dalle gabbie dei tecnicismi.<\/p>\n\n\n\n<p>In fondo proprio\nin questo senso va probabilmente letta anche la dichiarazione di intenti che si\ncoglie nell\u2019introduzione a ISAD(G) quando afferma che obiettivo della\ndescrizione archivistica \u00e8 \u201cidentificare ed illustrare il contesto e il\ncontenuto della documentazione archivistica per promuoverne l\u2019accessibilit\u00e0\n(&#8230;) attivit\u00e0 connesse all\u2019elaborazione di descrizioni archivistiche possono\ncominciare fin dal momento della formazione dei documenti, o anche in\nprecedenza, e proseguire nel corso della vita dei documenti stessi\u201d<a href=\"#_ftn4\">[4]<\/a>.\nLa descrizione lungo tutto il ciclo vitale \u00e8 dunque finalizzata a sostenere\nquella polifunzionalit\u00e0 cui alludevamo sopra e a rendere possibile, in ultima\nanalisi, una fruizione costante e diversificata nei fini. Si comunica per\u00f2, indipendentemente\ndalla forma e dai modelli, solo ci\u00f2 che si conosce e che si conosce a fondo. La\ndimensione tecnico scientifica \u00e8 ineludibile, la fantasia senza basi rigorose\nnon serve.<\/p>\n\n\n\n<p>E allora,\ntrattando questi temi, non si pu\u00f2 intanto evitare di tornare all\u2019archivista\nmediatore di Isabella Zanni Rosiello<a href=\"#_ftn5\">[5]<\/a>,\nalla mediazione che si manifesta nella decodifica, nel tentativo di risolvere\nle complesse tortuosit\u00e0 che sostanziano i fondi e la stessa disciplina\narchivistica.<\/p>\n\n\n\n<p>In tempi di\napparente accanimento digitale conviene tentare di continuare a tenere la barra\nal centro. E il centro rimane e rimarr\u00e0 (io credo anche in ambiente digitale,\ncon gli opportuni accorgimenti) la nostra volont\u00e0 e capacit\u00e0 di descrivere gli\narchivi. Sembra ovvio ma non sempre lo \u00e8, soprattutto quando le sirene della\ndigitalizzazione tendono a distrarre i naviganti o, almeno, gli armatori. La\ndescrizione archivistica al servizio della mediazione \u00e8, come \u00e8 noto, un\nprocesso complesso, che porta a paragonare l\u2019archivista a uno scassinatore\nd\u2019alto rango, intento non tanto a carpire chiss\u00e0 quali segreti quanto a tentare\ndi srotolare davanti agli occhi degli utenti la matassa dei diritti e della\nconoscenza, le garanzie politiche, democratiche, potremmo dire, e quei fenomeni\nche vengono da uno o pi\u00f9 passati e che taluni chiamano storia. Descrivere\nsignifica, e lo sappiamo bene, far respirare gli archivi.<\/p>\n\n\n\n<p>La figura\nprofessionale dell\u2019archivista, oggi pi\u00f9 che mai scissa tra i bisogni (e le\nemergenze) del presente che guarda al futuro e le esigenze ruggenti dei molti\npassati che si annidano negli scaffali, ,tra le molte possibili interpretazioni\ncon cui si \u00e8 tentato di ancorarla alla realt\u00e0, \u00e8 stata a suo tempo definita\n\u201cstrana\u201d<a href=\"#_ftn6\">[6]<\/a>.\nUna definizione tutto sommato azzeccata che ben restituisce il senso dell\u2019agire\narchivistico, sospeso tra un interiore studio matto e disperatissimo e il\nbisogno (per molti, anche se non per tutti) di raccontare al mondo gli\nobiettivi che ha raggiunto.<\/p>\n\n\n\n<p>In questa sede\ntralasceremo le complessit\u00e0 e le incertezze che attanagliano la professione nel\ncontesto digitale, che pure meriterebbero pi\u00f9 di una riflessione, fosse solo\nper tentare di capire cosa diventa la mediazione dentro al web semantico o\nall\u2019interoperabilit\u00e0 e in che modo si possa continuare ad esercitare lo strano mestiere\ndentro a scenari algocratici fatti di galoppante e inquietante liquefazione\ndegli archivi. Ci concentreremo piuttosto sull\u2019habitat all\u2019interno del quale si\ncolloca il nostro racconto, nel tentativo, privo di ogni pretesa di\nesaustivit\u00e0, di individuare quali siano le possibili forme di mediazione e in\nche modo le si possa tradurre in una comunicazione duttile ed efficace. Perch\u00e9\nnon basta dire che si vogliono \u201craccontare gli archivi\u201d. L\u2019espressione in s\u00e9\nnon dice nulla, se ci si guarda dentro si rischia di trovarla vuota. Perch\u00e9 il\nracconto degli archivi, in fondo, sta negli archivi stessi, non in pi\u00f9 o meno\nardite estrapolazioni retoriche, figlie di suggestioni passeggere e di\ncondizionamenti di ogni ordine e grado.<\/p>\n\n\n\n<p>Il racconto degli\narchivi si innesca invece con il processo di ordinamento, con la descrizione\nscientifica, quanto pi\u00f9 possibile puntuale. Il ceppo comunicativo da cui si dipanano\ntutti i diversi e possibili rami, rimane quello di sempre, cos\u00ec come i doveri\ndi natura deontologica degli archivisti sono sempre gli stessi. Tutelare,\ndescrivere, ordinare, inventariare, questo \u00e8 l\u2019inevitabile mantra.<\/p>\n\n\n\n<p>Certo,&nbsp; &nbsp;in\nqualche modo anche la descrizione \u00e8 un processo creativo perch\u00e9, come ci hanno\ninsegnato i grandi maestri, gli archivi sono difficili da rinchiudere dentro a\nsteccati metodologici e tecnici rigidi e rigorosi. E lo dimostra del resto\nanche la fatica che gli stessi standard fanno a metterli a fuoco o il relativo\naffanno dei software di descrizione e ordinamento che degli standard sono\ndiscendenza diretta. Ci\u00f2 non toglie per\u00f2 che determinati approcci, precise\nscelte tecniche e articolate competenze debbano orientare la prima fase del\nlavoro archivistico. Fino ad arrivare al livello base della comunicazione, gli\nstrumenti di ricerca, magari recependo l\u2019espressione in forma ampia e\nannoverando tra gli strumenti, accanto agli inventari, risorse di natura diversa,\nquasi sempre digitale, quali i sistemi informativi \u2013citati nel nostro\nraccontino \u2013 e alcuni portali, a cominciare da SAN. Ognuno di questi strumenti\ngarantisce il diritto alla ricerca e, almeno in potenza, la soddisfazione dei\nricercatori, &nbsp;soprattutto di quelli\nspecialisti. Poi la ricerca naturalmente si diversifica, e si manifesta sia in\nforma puntuale (cio\u00e8 mirata a un singolo fondo) che generale (vale a dire tesa\nalla individuazione di sistemi di fonti).&nbsp;\nLa contemporaneit\u00e0 tende a collocare nel web queste risorse che\nrappresentano il punto pi\u00f9 alto della cultura e della coscienza archivistica.\nCi\u00f2 significa che la mediazione deve fare i conti con nuovi agenti e con nuove\nstrategie che in qualche modo rimodellano i bisogni e le modalit\u00e0 della comunicazione\ndi base che tali strumenti nel loro insieme garantiscono<a href=\"#_ftn7\">[7]<\/a>.\nLo scintillio digitale pu\u00f2 condizionare la visione di insieme, segnando una\ndistinzione e un diverso livello di accessibilit\u00e0 tra ci\u00f2 che \u00e8 digitale e ci\u00f2\nche continua a galleggiare nella palude analogica, pi\u00f9 ricca e popolata di\nquanto un\u2019ingenua lettura telematica di questi fenomeni potrebbe far pensare.<\/p>\n\n\n\n<p>La ricerca \u201calta\u201d,\ndunque continua a parlare con gli archivi secondo paradigmi consueti e\nutilizzando strumenti che, quando ben realizzati, non hanno bisogno di nessun\nulteriore approfondimento per garantire la soddisfazione di una certa tipologia\ndi utente. Ci sarebbe casomai da notare sommessamente (ma non troppo) come\nmolti fondi archivistici, di diverse tipologie e da diversi soggetti prodotti e\nconservati, restino in attesa che l\u2019afflato della descrizione li risvegli\ndall\u2019inevitabile oblio cui sono destinati gli archivi non ordinati. Ma qui si\nscivola sul terreno insidioso e complesso delle politiche culturali. In questa\nsede al riguardo si pu\u00f2 solo esprimere l\u2019auspicio che chi \u00e8 chiamato a\nimpostare tali politiche e a indirizzare le magre risorse disponibili esca\ndall\u2019abbacinamento digitale e sappia trovare il giusto equilibrio tra\ndigitalizzazione e concreto riordino sul campo. Con quello che ne consegue per\nil lavoro dei molti e competenti professionisti che si aggirano per i nostri\narchivi.<\/p>\n\n\n\n<p>Detto tutto questo\ne chiarito che il primo livello della comunicazione non \u00e8 n\u00e9 vecchio n\u00e9 nuovo\nma semplicemente \u201carchivistico\u201d, torniamo ai conigli, cio\u00e8 al tentativo di\ndiversificare la comunicazione archivistica adeguando competenze e conoscenze a\nscenari mutevoli e mutevoli esigenze.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo senso\ntornano utili Thomas Baffo, Identit\u00e0 e tutti gli altri abitanti di Archinia. Il\nloro ruolo \u00e8 quello di sdrammatizzare, di creare un\u2019interfaccia amichevole per\ngli archivi che sia capace di avvicinarsi, magari con un sorriso, a tipologie\ndi utenti diversi dai professionisti. Niente di rivoluzionario, per carit\u00e0,\nnegli anni non sono mancati tentativi di questo genere, anche se l\u2019archivistica\nitaliana non manifesta propriamente le sue eccellenze in questo settore.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse la novit\u00e0 di\nArchinia sta nel tentativo di agganciarsi a una riflessione sull\u2019archivistica\npubblica, sull\u2019attivismo archivistico<a href=\"#_ftn8\">[8]<\/a>\nche sembra prendere sempre pi\u00f9 piede anche nel nostro paese dopo essersi\npienamente affermata nei paesi anglosassoni.<\/p>\n\n\n\n<p>Il racconto che\nabbiamo introdotto in fondo \u00e8 questo, un sorridente sogno ad occhi aperti,\nl\u2019anelito buffo al superamento consapevole di barriere che oltre un certo\nlivello diventano ridicole e controproducenti. Thomas Baffo non \u00e8 un eroe.\nVorrebbe piuttosto essere l\u2019antidoto a una certa seriosit\u00e0, il simbolo del\nbisogno di rompere e interrompere un accerchiamento, una distanza dalla societ\u00e0\nche intristisce prima di tutti gli stessi archivisti. Le avventura di Archinia,\ninsomma, non solo come metafora semiseria, ma come antidoto a una pseudo normalit\u00e0\nfatta di distanza dalla realt\u00e0 quotidiana, che finisce con lo strangolare\narchivi e archivisti. Il cilindro da cui il coniglio e i suoi amici emergono \u00e8\nmolto profondo e, per certi versi, frastagliato. Ma quella di Archinia \u00e8 gente\ntenace e, sotto certi punti di vista, competente. E ha le idee chiare. Si pone\nl\u2019obiettivo non tanto di raccontare gli archivi quanto di comunicarli nel senso\npieno del termine. Il che significa rendere innanzitutto comprensibile a tutti\nl\u2019articolata essenza dei cosiddetti valori archivistici, magari maturando la\ncapacit\u00e0 di trasformare una certa ostile seriosit\u00e0 in proficua autoironia.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo caso si\nparla di archivi non tanto come strumenti di garanzia del diritto o come\ncaleidoscopici sistemi di fonti quanto come habitat informativo, intersezione\ndi contesti, di prassi, di modelli conservativi, di strumenti, di opportunit\u00e0 e,\nnaturalmente, di criticit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricorrere a\npersonaggi immaginari che si muovono all\u2019interno di scenari altrettanto immaginari,\nricostruiti peraltro attraverso i bei disegni realizzati a questo scopo da\nSalvatore Renna, pu\u00f2 servire ad avviare un\u2019alfabetizzazione archivistica di\nbase. In prima battuta, quindi, ci si rivolge a un pubblico molto giovane,\nnella convinzione che un limite importante nella diffusione di una cultura\nconsapevole della dimensione archivistica sia rappresentato dall\u2019assordante\nsilenzio in materia che si registra nei percorsi di studio primari e secondari.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019archivistica \u00e8\ninfatti una scoperta che una parte piuttosto esigua dei cittadini studenti fa solo\nnel momento in cui approda all\u2019Universit\u00e0 quando per certi versi ormai risulta\nspesso faticoso metabolizzare certi concetti o, meglio, determinati usi e\ncostumi.<\/p>\n\n\n\n<p>Quindi una linea\nportante del processo comunicativo \u00e8 quella che passa attraverso gli studi\nprimari e secondari, con l\u2019obiettivo di fondo di contribuire, attraverso la\ndiffusione dei valori archivistici, alla crescita e alla maturazione di\ncittadini consapevoli.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli archivi, del\nresto, tra le altre cose, sono importanti generatori di consapevolezza, sia che\ngarantiscano diritto e trasparenza sia che propongano alla riflessione\ncontemporanea i molti passati che li hanno generati.<\/p>\n\n\n\n<p>Indipendentemente dalle formule, &nbsp;Archinia \u00e8 solo una delle opportunit\u00e0 tra le\nmolte possibili<a href=\"#_ftn9\">[9]<\/a>\ndi attingere a modelli comunicativi dell\u2019archivistica capaci di rompere gli schemi\nnel rispetto sia del metodo che di una secolare tradizione. In Thomas Baffo e\nnei suoi compagni di strada convivono, o almeno questo \u00e8 l\u2019auspicio, solidi\nvalori \u201ctradizionali\u201d e la volont\u00e0 di dare lustro e visibilit\u00e0 a questi valori.\nPer certi versi questa location e questi personaggi rispondono a un bisogno\nstringente che personalmente avverto ogni volta che tento di comparare\nl\u2019importanza civile degli archivi con il loro livello di penetrazione nella\nsociet\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma, probabilmente, il portato di questo approccio\nnon si esaurisce in una sorridente campagna di sensibilizzazione e divulgazione.\nSe lo leggiamo in controluce il racconto e ci\u00f2 che ne deriva possono forse\nessere utili anche a un pubblico gi\u00e0 archivisticamente consapevole e\nsicuramente certi passaggi presuppongono competenze pi\u00f9 mature di quelle che ci\nsi possono aspettare da utenti che potremmo con brutta espressione definire\ngeneralisti. Il team di Baffo infatti non contempla estaticamente gli archivi e\nnon si limita a sottolinearne la inevitabile bellezza, atteggiamento quanto mai\npernicioso e fuorviante, foriero di stalli inenarrabili. N\u00e9 indugia troppo su\nquello strisciante vittimismo che talvolta condiziona la nostra comunit\u00e0.\nPotremmo dire, al contrario, che esercita un forte e necessario spirito critico,\nnel tentativo se non di scardinare, &nbsp;almeno\ndi tentare di modificare modelli che risultano ormai troppo datati. A partire\ndal sistema di organizzazione della conservazione, spesso caratterizzato da un\narroccamento disciplinare e normativo poco rispondente alle caratteristiche e\nalle esigenze della societ\u00e0 contemporanea. Come si \u00e8 detto da pi\u00f9 parti gli\narchivi in questo scorcio di terzo millennio manifestano esigenze diverse da\nquelle che ne hanno sostanzialmente cristallizzato l\u2019espressione nella seconda\nmet\u00e0 del Novecento. Le istanze novecentesche, che muovono dalle ragionate\nsuggestioni di Claudio Pavone e Filippo Valenti, perfettamente metabolizzate e\nrestituite in forma assai articolata tra gli altri da studiose come Paola\nCarucci e Isabella Zanni Rosiello, sembrano ormai pi\u00f9 dei trampolini per\nspiccare un salto verso un futuro realisticamente sostenibile che piattaforme\nsolide, statiche, definitive. E il problema, secondo me, non risiede soltanto\nnell\u2019evoluzione tecnologica, fenomeno cui troppo spesso riconosciamo un ruolo\npi\u00f9 pervasivo di quanto lo abbia nella realt\u00e0. L\u2019affanno del modello\narchivistico attualmente in auge si manifesta piuttosto nella difficolt\u00e0 che la\ndisciplina e i suoi variegati interpreti incontrano nei confronti di una\nsociet\u00e0 in definitiva assai meno stabile che in passato, frantumata com\u2019\u00e8 in\narcipelaghi informativi di diverso ordine e grado e in modelli comunicativi\ncontorti e condizionati da una serie di fattori di natura tecnologica ma anche\ne forse soprattutto antropologica. Le frontiere si spostano ogni giorno e per\nfar fronte a questi modelli serve una guerra di movimento, non certo di trincea.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli abitanti di Archinia, allora, sono critici\nattenti di questi fenomeni e ci chiamano a una riflessione strutturale, al\nbisogno di un adeguamento prima di tutto normativo. Il Grande Castello\ncontinuer\u00e0 ad esistere, ma pi\u00f9 come museo della memoria che come reale\nstrumento di supporto al presente. Nuovi modelli conservativi, non del tutto\ncondivisibili e per certi versi pericolosi, sono gi\u00e0 tra noi e si incarnano ad\nesempio in quei soggetti accreditati alla conservazione digitale dal profilo\narchivisticamente assai sfuggente benedetti da AGID. Sembra perci\u00f2, mentre ci\nsi batte per una pi\u00f9 capillare diffusione dei valori ancora prima che dei\ncontenuti archivistici, da perseguire con tutti i mezzi, che sia necessario\nripensare politiche, strategie e modalit\u00e0 di azione, provando a compiere uno\nsforzo che certo non sembra indifferente, nella misura in cui incrocia\npsicologie fortemente strutturate ed ancorate, quasi per non farsi trascinare\nvia da questa sorta di alluvione documentale, a modelli le cui zoppie sono\nsotto gli occhi di tutti.<\/p>\n\n\n\n<p>Non sar\u00e0 certo Baffo a salvare il mondo\narchivistico, che ha bisogno di un\u2019analisi molto pi\u00f9 approfondita di quella che\npu\u00f2 sviluppare un coniglio immaginario, ma forse si pu\u00f2 partire dalle\nprovocazioni di Baffo e dei suoi amici, dall\u2019aria che si respira ad Archinia,\nper riflettere ulteriormente non solo sul tema della comunicazione ma anche\nsulle aspettative che legittimamente il confronto con il&nbsp; mondo articolato e affascinante che noi\nchiamiamo archivi, con una parola che non basta pi\u00f9 a s\u00e9 stessa, pu\u00f2 sollevare.\nQuello che ci serve probabilmente \u00e8 una comunicazione critica, capace di\nintercettare attenzioni esterne ma anche di contribuire a coagulare istanze\ntutte interne al mondo archivistico, riducendone la frammentariet\u00e0 nel\ntentativo di mettere a fattor comune energie che pure si sprigionano dal lavoro\nquotidiano dei molti attori che calcano un palcoscenico senza dubbio\naffascinante. Evitando magari di essere travolti dalla banalit\u00e0 del concetto di\nvalorizzazione, etichetta acritica che in un certo tipo di percezione sembra\nessere il perdono di ogni peccato e che invece solo raramente \u00e8 sostanziata da\ncontenuti concreti. La valorizzazione degli archivi, del resto, si fa in\narchivio, mettendo sensibilit\u00e0 e competenze tecniche al servizio della\ndescrizione, del riordino e dell\u2019inventariazione, creando cio\u00e8 le condizioni\nper processi di articolata fruibilit\u00e0 e di diffusione dei valori che arrivano\ndirettamente da un solido codice deontologico.<\/p>\n\n\n\n<p>Thomas Baffo, strampalato testimonial di un mondo\nche comunque amiamo, ha impresso nel suo DNA proprio il bisogno di aprire gli\narchivi e adattarli alle esigenze di ognuno. <\/p>\n\n\n\n<p>Un\u2019adorabile pazzia, la sua.<\/p>\n\n\n\n<p><em>C\u2019\u00e8\npazzia nel tempo che compie giravolte inconsulte scagliando le pietre della\nmemoria in ogni direzione. Pazzia c\u2019\u00e8 nelle dita di quelli che il tempo sfidano\nimmergendosi nelle sue pieghe a rischio dell\u2019intelletto. E c\u2019\u00e8 pazzia nel sogno\ndell\u2019ordine: atto superbo e folle che scatena l\u2019invidia degli dei. L\u2019archivio \u00e8\nesso stesso pazzia, la pazzia lucida e terribile di un ordine che non c\u2019\u00e8<a href=\"#_ftn10\"><strong>[10]<\/strong><\/a>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right\">FEDERICO VALACCHI<br><\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\" \/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> Federico Valacchi, Archivio.\nConcetti e parole, Milano, Editrice Bibliografica, 2018, p. 61.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> Italo Calvino, <em>Le citt\u00e0 invisibili<\/em>, Roma, Einaudi 1972.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref3\">[3]<\/a> Il testo \u00e8 disponibile, insieme ad\naltri simili e a considerazioni di ordine generale sulla disciplina\narchivistica,sul blog Archivistica Attiva, \/archivisticattiva.\nNello specifico all\u2019indirizzo\n\/archivisticattiva\/il-cane-identita-alla-scoperta-del-grande-castello\/.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref4\">[4]<\/a> <em>General International Standard Archival Description<\/em>, Seconda\nedizione, Stoccolma, 1999, Introduzione paragrafo 2.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref5\">[5]<\/a> Sulla figura dell\u2019archivista mediatore\nsi vedano le riflessioni di Isabella Zanni Rosiello riportate nel volume <em>L\u2019archivista sul confine. Scritti di\nIsabella Zanni Rosiello<\/em>, a cura di Carmela Binchi e Tiziana Di\nZio,Ministero per i beni e le attivit\u00e0 culturali, Ufficio centrale per i beni\narchivistici, Roma, 2000.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref6\">[6]<\/a> Tanto per restare in tema\nzoologico si veda Stefano Vital, <em>&nbsp;Di angeli, di paperi e di conigli, ovvero\ndello strano mestiere dell\u2019archivista<\/em>&nbsp;\n&lt;&lt;Archivi per la storia&gt;&gt;, XVI (2001), 1-2: numero speciale\nsu \u201cProfessione: archivista. 1949-1999. I cinquant\u2019anni dell\u2019ANAI\u201d Atti del\nConvegno, Trento-Bolzano, 24-26 novembre 1999), pp. 179-186.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref7\">[7]<\/a> Mi permetto di rinviare al\nriguardo, per quanto ormai inevitabilmente datato, a Federico Valacchi, <em>Una panoramica sugli inventari archivistici\nnel web<\/em>, &lt;&lt;JLIS.it&gt;&gt;,. Vol. 2, n. 1 (Giugno\/June 2011), pp. 1\n-18.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref8\">[8]<\/a> Al riguardo si veda ad esempio il\ngruppo Facebook \u201cArchivistica attiva\u201d,\nhttps:\/\/www.facebook.com\/groups\/1290584064370346\/.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref9\">[9]<\/a> Si veda ad esempio Top\u2019ivio, il\ntopo di archivio protagonista della campagna di didattica degli archivi portata\navanti dall\u2019Archivio di Stato di Biella,\nhttp:\/\/www.asbi.it\/index.html?fase=armadio.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref10\">[10]<\/a> Federico Valacchi, <em>Archivio<\/em>,&nbsp; cit., p. 97.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cLa realt\u00e0 degli archivi \u00e8 dura. Secolare incuria, congiunturale incultura, strutturale marginalit\u00e0. Difficolt\u00e0 se non impossibilit\u00e0 a entrare, come sarebbe opportuno e necessario, nel ciclo produttivo che pure sostengono. 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