{"id":260,"date":"2018-05-05T09:46:20","date_gmt":"2018-05-05T07:46:20","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/?p=260"},"modified":"2018-05-05T09:46:20","modified_gmt":"2018-05-05T07:46:20","slug":"quiddam-divinum-riflessioni-sul-metodo-storico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/2018\/05\/05\/quiddam-divinum-riflessioni-sul-metodo-storico\/","title":{"rendered":"Quiddam divinum. Riflessioni sul metodo storico"},"content":{"rendered":"<p>Meglio che getti a mare l\u2019orologio che hai al polso<\/p>\n<p>e cerchi di capire che il tempo che vuole catturare<\/p>\n<p>non \u00e8 altro che il movimento delle sue lancette<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Quiddam divinum<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\"><strong>[2]<\/strong><\/a>: riflessioni sul metodo storico<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Introduzione<\/em><\/p>\n<p>L\u2019acceleratore costantemente schiacciato del tempo storico scompiglia gli archivi, genera pensieri vorticosi, innesca rincorse azzardate dentro ai meandri di una realt\u00e0 documentale davvero aumentata.\u00a0 L\u2019archivistica, alla stessa stregua dell\u2019intera societ\u00e0, \u00e8 finita dentro a una poderosa galleria del vento che pone alla prova, con test severissimi, metodo e prassi. Vacillano emblemi.<\/p>\n<p>Il metodo storico&#8230; Il vecchio caro metodo storico. Ansiolitico cencettiano. Lontano anni luce dall&#8217;oggettivit\u00e0 scientifica, ma faro nella nebbia del riordino. Come regge al presente, ad archivi diversi da quelli per cui \u00e8 stato sagacemente e tenacemente inventato? Intanto, alla prova dei fatti parlerei piuttosto di metodi storici, di tanti metodi e altrettante provenienze, quanti sono gli archivi da affrontare e il loro progressivo frantumarsi in spezzoni figli di formati e modelli di produzione diversi. Ma per quello che ci riguarda qui non \u00e8 neppure questo il punto. Il punto sta pi\u00f9 nel valore simbolico del metodo, in ci\u00f2 che rappresenta al di l\u00e0 dei limiti tecnici che il tempo inevitabilmente evidenzia. Il punto \u00e8 politico, il metodo storico \u00e8 l\u2019emblema della questione archivistica che stiamo attraversando. Infatti il metodo storico ha una caratteristica fondamentale: rappresenta una risposta politica ancora prima che culturale. Fu adottato per legge, manifestando una volont\u00e0 appunto politica di governare la memoria. Una volont\u00e0 che oggi manca e che dobbiamo tentare di far venire a galla in nome dei metodi storici e dell\u2019esigenza di continuare a governare archivisticamente gli archivi. Il metodo dunque come bandiera, come manifestazione di una volont\u00e0 forte di continuare a amministrare la memoria, comprendere il presente, garantire il futuro. L\u2019archivistica deve aggiornare i suoi ferri del mestiere, quando non sostituirli, ma non deve abdicare al suo ruolo sociale, civile, pubblico. La dimensione politica, il potere degli archivi<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a> sono, per cos\u00ec dire, valori non negoziabili. Ordinare o riordinare, lo vedremo, sono attivit\u00e0 che passano attraverso contingenze sempre pi\u00f9 sfuggenti e complesse. La volont\u00e0 di dominio che il metodo storico ha incarnato per secoli vacilla e dovremo fare i conti con epifanie di memoria meno strutturate, meno &#8220;domestiche\u201d se mai la memoria archivistica \u00e8 stata addomesticata. In questo scenario di inquietante trasformazione non deve per\u00f2 venir meno il controllo archivistico o, almeno, la volont\u00e0 di un controllo archivistico. Di un controllo frutto di quella che potremmo definire una coscienza progettuale attiva, non di semplice supervisione su meccanismi talvolta invece inafferrabili. Nuovi metodi per vecchi ruoli e inossidabili valori. Gli archivi cambiano, si fanno forse anche altro da ci\u00f2 che sono sempre stati, cambia la percezione stessa del documento e della memoria, strumenti e valori devono adeguarsi al mutamento sociale e tecnologico. La ricerca archivistica \u00e8 chiamata a dare risposte su questo terreno, forte per\u00f2 di un bagaglio esperienziale che non pu\u00f2 essere trascurato. Gli occhiali della tradizione servono a vedere il nuovo, magari per accorgersi che tutto cambia per tornare poi uguale a se stesso e che nelle grandi pagine di archivistica del passato era in parte gi\u00e0 scritto un lungimirante futuro. Il che rende ancora pi\u00f9 colpevoli atteggiamenti di rinuncia o sfiducia, in un momento in cui la passione, l\u2019entusiasmo lucido e la determinazione possono fare la differenza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>Presentismo e metodo storico<\/em><\/p>\n<p>\u201cDi solito chiamiamo reali le cose che esistono adesso. Nel presente. Non ci\u00f2 che \u00e8 esistito tempo fa o esister\u00e0 in futuro. Diciamo che le cose nel passato \u201cerano\u201d reali o \u201csaranno\u201d reali ma non che \u201csono\u201d reali. I filosofi chiamano presentismo l\u2019idea che solo il presente sia reale (\u2026)\u201d<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>.<\/p>\n<p>Il presentismo di cui parla Carlo Rovelli \u00e8 forse la malattia pi\u00f9 grave che attanaglia la nostra societ\u00e0. L\u2019incapacit\u00e0 di dare corpo a \u201cmomenti\u201d diversi dal presente \u00e8 il sintomo di un appiattimento, non solo archivistico, della societ\u00e0 stessa. La formula magica dell\u2019archivistica da sempre \u00e8 stata invece la mirabile capacit\u00e0 di dar corpo al passato consentendo di prevedere il futuro rendendolo tangibile. L\u2019archivistica, come la fisica, riesce a interpretare il tempo, perch\u00e9 si nutre di tutti i presenti che hanno costruito gli archivi e li costruiranno. Passato e futuro in archivistica sono reali, ci si fanno i conti, li si riesce a pre-vedere. Ecco, il metodo storico in fondo \u00e8 uno strumento per pre-vedere il passato, \u00e8 un\u2019alchimia che porta l\u2019immaginazione a rendere tangibile il passato. Bonaini, che entrando in un archivio<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a> pi\u00f9 che \u201ccercare\u201d le istituzioni le \u201cvede\u201d, supera il presentismo, passeggia in un passato tornato reale. E quel passato parla a lui e a noi. Il metodo \u00e8 allora un geniale escamotage teatrale, una macchina del tempo che sostanzia il passato di presente. O, meglio, che vivifica i tanti presenti che hanno generato archivi nell\u2019arco del tempo. Il presente, nella visione sostenuta dal metodo storico e nelle sue conseguenze, non \u00e8 pi\u00f9 immanente congiuntura ma si trasforma in materia viva, che scuote il tempo alla radice. Il metodo storico, insomma, \u00e8 uno strumento potente di personificazione archivistica e storica del tempo. Una recita che urla contro l\u2019immobilismo tetro di societ\u00e0 senza prospettive. Noi, qui e ora, viviamo la crisi di questo modo di intendere il metodo storico e, di conseguenza<em>, <\/em>rischiamo di cadere preda del presentismo. Un presentismo alimentato peraltro a piene mani da un uso indiscriminato delle risorse tecnologiche e da una progressiva sostituzione delle realt\u00e0 con un\u2019unica potente rappresentazione digitale. Il presentismo \u00e8 al tempo stesso un indice di crisi per una disciplina come l\u2019archivistica, che con il tempo e lo spazio si balocca mettendoli continuamente in scena (ogni riordinatore tocca con mano la \u201crealt\u00e0\u201d del passato, cos\u00ec come ogni protocollista registra momenti di presente per farne segno di potenziale, imperituro passato), e uno sprone a rivestire un ruolo pi\u00f9 incisivo, soprattutto dal punto di vista antropologico e culturale. La crisi esiste, la disciplina per molti versi arranca, eppure c\u2019\u00e8 l\u2019opportunit\u00e0 di lasciar sprigionare dalla crisi energie nuove. Esiste una questione archivistica, una crisi che non si pu\u00f2 ridurre a un mero e ragionieristico bilancio di entrate e uscite, di concorsi e assunzioni. La dimensione quantitativa ha sicuramente un suo peso ma \u00e8 quella qualitativa a preoccupare di pi\u00f9. La crisi mette a nudo crudamente il ritardo teorico, il paradigma epistemologico in affanno, l\u2019incapacit\u00e0 di seguire il mondo e di farsi accettare dal mondo.<\/p>\n<p>Se allarghiamo lo sguardo al panorama che ci circonda molte certezze infatti possono vacillare. La fisica quantistica<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a> ci insegna ad esempio che lo spazio e il tempo non sono semplicemente un luogo o una data, ma oggetti fisici alla stessa stregua di un elettrone. Ma se il tempo fisico non \u00e8 unico e se gli spazi\/tempi (plurali in quanto \u201coggetti\u201d) sono entit\u00e0 fisiche e come tali agiscono e il tempo si scioglie in una rete di relazioni cosa ne \u00e8 dello spazio e del tempo archivistico\/storico\/fattuale? Forse quello che noi raccontiamo o, meglio, immaginiamo, \u00e8 solo uno degli spazi\/tempi che si manifesta interagendo con degli oggetti che noi chiamiamo documenti, una rappresentazione codificata ma tendenzialmente inaffidabile. La fisica quantistica ci dice anche che il tempo non \u00e8 orientato e che quindi il segmento newtoniano del ciclo vitale va rimesso in discussione, come del resto avviene nel contesto digitale dove un circolo, il <em>record continuum<\/em>, si sostituisce al segmento. Ma la circolarit\u00e0 sembra adombrare il dubbio fisico e filosofico che non ci sia differenza tra passato e futuro.<\/p>\n<p>La fisica allora \u00e8 nemica della storia? Della storia quale la intendiamo e l\u2019abbiamo intesa, basata su un flusso lineare di ricostruzione documentale legata ad eventi consolidati forse s\u00ec. E come mettiamo in relazione la nostra archivistica e i nostri modelli con la rappresentazione scientifica del mondo che ci circonda? Una volta di pi\u00f9 appare chiaro che costruiamo scenari soggettivi e che la crisi dell\u2019archivistica non \u00e8 solo quella banalmente legata ad una endemica carenza di risorse. \u00c8 una crisi, potremmo dire, scientifica e filosofica, che forse trover\u00e0 nel futuro indicazioni per la sua soluzione. E sar\u00e0 forse proprio la tecnologia, adeguatamente governata, a fornirci risposte che oggi ci sembrano lontane. Quello che sembra sicuro per\u00f2 \u00e8 che il rinnovamento metodologico, il suo adeguamento alla realt\u00e0, passa anche per questi interrogativi. Il mondo archivistico ricorda in qualche modo quel disordine razionale che \u00e8 l\u2019universo dei fisici, dove le cose esistono in quanto accadono. Ci sono avvenimenti che si manifestano non in un tempo assoluto. Cos\u00ec negli archivi e nella memoria esiste quello che si rappresenta, quello che si fa accadere. Il mondo da riordinare \u00e8 una serie di interazioni da scatenare dove la casualit\u00e0, se non la soggettivit\u00e0, hanno il loro ruolo. Forse allora pi\u00f9 che di metodo storico si potrebbe iniziare a parlare di un metodo fisico di intervento sugli archivi, inteso come capacit\u00e0 di mettere le entit\u00e0 in relazione tra loro per renderle \u201creali\u201d, distribuendole per\u00f2 su un piano di espansione che non sia pi\u00f9 solo gerarchico ma anche multidimensionale, in maniera che i fattori spazio e tempo possano esercitare la loro azione sulla componente documentale. Immagino un software che consenta di spalmare un archivio su un piano, dove sia possibile in divenire aggiornare l\u2019ordinamento. L\u2019ordinamento fisico presuppone una dinamicit\u00e0 inesauribile, l\u2019arricchimento nel tempo e nello spazio di contenuti informativi in ultima analisi svincolati da una singola rappresentazione. Se gli archivi sono rappresentazioni \u201cculturalmente condizionate\u201d del mondo, vanno in qualche modo accostati alle leggi dell\u2019universo. Certo questo pone l\u2019archivistica di fronte ad un cambio di passo e di statuti.<\/p>\n<p>Richiede soprattutto il coraggio di ammettere che si deve uscire dalla trincea di un metodo e di un modello di rappresentazione che possono rivelarsi insufficienti, se non fuorvianti, sia per il passato che per il futuro. La concatenazione gerarchica, la \u201csiusizzazione\u201d dell\u2019universo lascia dietro di s\u00e9 relazioni, pezzi di significato, oggetti che magari esulano dalla filastrocca fondo, subfondo, serie, sottoserie. Pi\u00f9 che di gerarchie chiuse in s\u00e9 stesse bisogna forse cominciare a occuparci di atomi di informazione in collisione gli uni con gli altri che dall\u2019incontro con altri atomi ricavano i loro significati.<\/p>\n<p>Cavalcare una crisi, per\u00f2, significa innanzitutto cercare una via di uscita, una soluzione che porti nel futuro. L\u2019archivistica \u00e8 in crisi ma non \u00e8 morta, anzi si dibatte con un certo vigore. Vive nei molti lavori sul campo che si confrontano ogni giorno con la contemporaneit\u00e0, vivacchia in un dibattito metodologico un po\u2019 asfittico, al momento attento pi\u00f9 a una dimensione tecnico politica cha a inseguire e definire i nuovi assetti epistemologici. Per capire bisogna oscillare tra vecchio e nuovo e non compiere l\u2019errore di inseguire il futuro sul suo terreno. Cos\u2019\u00e8 dunque archivisticamente il futuro? Essenzialmente tecnologia, una tecnologia sempre pi\u00f9 raffinata e drammaticamente autonoma. La mole di dati generati e i sistemi di analisi e classificazione dei medesimi vanno alla fine oltre gli archivi. Giano \u00e8 interdetto. Indietro e tra le ultime maglie del presente ci sono archivi complessi ma \u201cumani\u201d. Davanti questa visione si dissolve dentro a sistemi potenzialmente sempre pi\u00f9 distanti dal governo archivistico in senso classico. L\u2019intelligenza artificiale e le sue conseguenze non sono miraggi futuribili ma realt\u00e0 prossime venture. In che misura impatteranno sulla produzione e sulla gestione dei documenti? Il protocollo informatico, che fu l\u2019inizio di tutto, in questa prospettiva sembra ormai un relitto, qualcosa che il tempo ha tecnologicamente superato. Si corre a tutta velocit\u00e0, questa \u00e8 la verit\u00e0. Archiviare la rete, far fronte all\u2019interoperabilit\u00e0, confrontarsi con algoritmi tassonomici sono solo alcuni dei compiti che ci aspettano. E abbiamo tra l\u2019altro le armi spuntate da una formazione \u201cbipolare\u201d, priva della necessaria continuit\u00e0 e spaccata tra modelli legati al passato e avventurose e indispensabili rincorse del futuro. Certo, come dicevamo, il futuro non va inseguito e il passato va adeguatamente rispettato \u2013 come si tenter\u00e0 di fare qui-\u00a0 se non altro per capire che molti dei suoi punti di forza si stanno modificando e che \u00e8 pernicioso applicarli a una mutata sensibilit\u00e0 documentaria. A partire dal concetto di riordino che \u00e8 al centro di questo contributo. Ma riordino \u00e8 una parola che non basta, come vedremo a garantirci per il futuro. \u00c8 una parola decisiva per aprire il forziere del passato ma che si rivela inadeguata al futuro. La memoria stessa, continuando a utilizzare questa parola in tutta la sua genericit\u00e0, non ha pi\u00f9 soltanto il sapore del passato ma acquista sempre pi\u00f9 il gusto del presente e del futuro. Dobbiamo imparare a pronunciare la parola memoria pensando anche ad un fenomeno futuro, non solo passato.<\/p>\n<p>Riflettere sugli archivi oggi significa avere la capacit\u00e0 di valutarli anche al di fuori di una dimensione esclusivamente storico culturale. Proprio per difendere il valore di memoria storica che gli archivi nella loro complessit\u00e0 rappresentano occorre individuare strategie che rendano, per cos\u00ec dire, meno desueti gli archivi stessi. Bisogna insistere sull\u2019utilit\u00e0 sociale ed economica, nonch\u00e9 politica, degli archivi e degli archivi correnti in particolare. Pensare corrente per vivere (anche) storico, insomma. Riequilibrare il rapporto di forza tra le diverse finalit\u00e0 dell\u2019archivio, tenendo presente le dinamiche digitali che scaraventano dentro al futuro le responsabilit\u00e0 dei cosiddetti custodi della memoria. I quali divengono in questa congiuntura pi\u00f9 costruttori che custodi di memoria.<\/p>\n<p>Del resto il dilemma che fin dal XIX secolo attraversa e in qualche misura spacca l\u2019universo archivistico \u00e8 quello su quale sia la natura dei sistemi di documenti. Testimonianze del diritto o reliquie del passato? Certamente schiacciare la dimensione archivistica nella prospettiva dei beni culturali non rende ragione alla ricchezza e, soprattutto, alla storica importanza strategica degli archivi. Gli archivi devono essere percepiti in prima battuta come strumenti di democrazia, efficienza e certificazione del diritto. Gli archivi non sono \u201cutili\u201d testimonianze del passato, sono strumenti di governo e di autogoverno. Per questo motivo forzarne la percezione in una dimensione \u201cbeneculturalista\u201d li indebolisce. C\u2019\u00e8 bisogno, allora, di costruire politicamente una nuova percezione degli archivi, svincolandoli da un modello che \u00e8 nei fatti perdente. Gli archivi devono poter contare su un modello organizzativo e conservativo autonomo, che ne rispecchi le peculiarit\u00e0 e ne esalti le potenzialit\u00e0. Gli archivisti non sono solo \u201cavanzi di deposito\u201d ma figure professionali complesse evolute, a patto che essi per primi sappiano riconoscersi come tali. Sarebbe auspicabile quindi che il sistema archivistico, tutto, facesse capo ad una agenzia capace di tutelare le sue peculiarit\u00e0 e in grado di gestire anche la modernit\u00e0, interfacciandosi con gli altri soggetti che in questa fase governano la transizione infinita al digitale. Tutte cose che nel merito e nel metodo il MIBACT ha dimostrato di non volere e non sapere fare. Occorre insomma riconoscere e far riconoscere il potere degli archivi su qualsiasi versante lo si voglia declinare. Solo la consapevolezza politica della centralit\u00e0 degli archivi sembra poter garantire loro un futuro. Mantenere gli attuali assetti intervenendo con tagli lineari che non risolvono la questione strutturale significa negare un\u2019emergenza e un\u2019emergenza che non riguarda solo un ridotto numero di ricercatori e professionisti ma tutto il Paese. Gli archivi quindi non come polveroso residuo di attivit\u00e0 passate ma come strumento di efficienza. Gli archivi importanti davvero e adeguatamente governati nel rispetto di tutte le loro caleidoscopiche propriet\u00e0.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>I metodi storici<\/em><\/p>\n<p>\u201c\u00c8\u2019 noto che quando gli archivisti italiani si pongono la domanda su quale sia la storia che in nome del metodo storico il riordinatore di archivi deve rispettare, in quanto inscritta negli archivi stessi, la risposta \u00e8: la storia dell\u2019istituto che ha prodotto l\u2019archivio; donde poi la tesi della conversione dell\u2019archivistica speciale nella storia delle istituzioni. \u00c8 anche noto tuttavia che l\u2019applicazione rigorosa di questo criterio all\u2019opera di riordinamento degli archivi e di stesura degli inventari ha incontrato e incontra molte e gravi difficolt\u00e0\u201d<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a>. Volendo parlare di riordino e di inventariazione, per cercare di capire non tanto l\u2019evoluzione quanto gli esiti e soprattutto gli sviluppi futuri di un processo di costante durata non si pu\u00f2 che partire da qui, dalle \u201cmolte e gravi difficolt\u00e0\u201d di Claudio Pavone. Partire cio\u00e8 dal disagio che deriva dal disallineamento inevitabile tra l\u2019idea dell\u2019archivio e l\u2019archivio stesso, in un crescendo di responsabilit\u00e0 individuale che il metodo storico non allevia. Quello che occorre analizzare \u00e8 la vicenda della sedimentazione, della progressiva stratificazione della documentazione archivistica \u201cil tradizionale esempio del setaccio attraverso il quale si devono far passare metaforicamente le carte per iniziare a riconoscerle e a distinguerle ai fini del loro ordinamento\u201d<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a>.<\/p>\n<p>Riordinare. <em>Perfecte ordinare. <\/em>L\u2019imperativo secolare del lavoro archivistico<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a>. Rimodulare, ripensare gli archivi alla luce della fiammella sempre pi\u00f9 tenue di un metodo storico che gli anni e i fatti hanno progressivamente indebolito. Il riordino bonainiano e poi cencettiano nasce da un\u2019incontenibile ansia di catalogazione istituzionale, da una tassonomia politica, anche se in fondo non \u00e8 \u201ccurioso\u201d, e non si interessa pi\u00f9 di tanto ai contenuti. Si devono cercare le istituzioni e non le materie certo, ma nelle \u201cmaterie\u201d stanno i contenuti, il sangue che irrora l\u2019organismo archivistico, la ragione di interesse di ogni tipologia di utenti. L\u2019astrazione istituzionale del metodo storico originario ha in fondo proprio questo limite, quello di non porsi per nulla il problema del punto di vista degli utenti, in una sorta di rispecchiamento, questa volta reale, tra archivio e archivista e tra archivista e utente. Allo stesso modo il XIX secolo consegna al successivo la codifica del riordino e le finche bongiane<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a> divengono la categorizzazione di un pensiero astratto, il tentativo di classificare, potremmo dire con l\u2019uso della forza, una informazione che esce da questo trattamento rigida e irreggimentata come un plotone di soldati in parata. La simulazione cio\u00e8 della guerra, ma non la guerra, che \u00e8 fenomeno ben pi\u00f9 complesso e articolato di una parata, cos\u00ec come complessi e articolati sono gli archivi, restii a farsi rappresentare, come oggi sappiamo bene, da rigorose classificazioni descrittive.<\/p>\n<p>Eppure il metodo storico, nonostante questi dubbi di sapore postmoderno ha funzionato. \u00c8 stato utile, ha vinto la sua battaglia. Come ricorda all\u2019amministratore dell\u2019azienda l\u2019Artur Paz Semedo di <em>Alabarde alabarde<\/em> \u201cper fare un lavoro del genere sar\u00e0 necessario un orientamento, un criterio, non pu\u00f2 servire qualsiasi documento solo perch\u00e9 a me \u00e8 parso importante\u201d<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a>. Il metodo storico \u00e8 stato ed \u00e8 per gli archivisti un criterio, un orientamento cui negli anni si sono aggiunte glosse e riflessioni, la pi\u00f9 clamorosa quella degli standard, ma che ha resistito con la schiena dritta all\u2019incedere del tempo.<\/p>\n<p>La consacrazione di questo metodo ope lege, con il primo regolamento archivistico dell\u2019Italia unita<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a> non \u00e8 un particolare trascurabile. Manifesta una volont\u00e0 politica di pensare la memoria, di organizzarla e di costruirla pi\u00f9 che di ricostruirla. Il dato rilevante di quel passaggio del resto, e sia detto incidentalmente, \u00e8 proprio il manifestarsi di una volont\u00e0 politica in senso ampio di gestione e controllo degli archivi. Il metodo storico dunque si rivela funzionale anche ad un progetto politico, oltre che alla soluzione di problemi tecnici. Quello, sia detto altrettanto incidentalmente, che manca ai nostri giorni. In questa visione prende corpo un pensiero che attraverser\u00e0 il Novecento, quello della quasi ineluttabilit\u00e0 del riordino. L\u2019ordine originario, che forse non \u00e8 mai esistito, va necessariamente in frantumi. Sugli archivi si deve intervenire a valle. Ma questo a ben guardare non \u00e8 tanto un problema di organizzazione dell\u2019informazione. \u00c8 piuttosto innanzitutto la constatazione di un progressivo degrado istituzionale che in maniera pi\u00f9 o meno dolosa \u201carruffa\u201d gli archivi. La macchina amministrativa si degrada e produce risultati documentari degradati che devono essere bonificati con il riordino. Il riordino come espiazione del peccato archivistico e istituzionale. Molto cattolico a ben pensare.<\/p>\n<p>Ma c\u2019\u00e8 anche, accanto a questo dato fattuale, un atteggiamento di natura culturale, la volont\u00e0, quando non la presunzione, di ricostruire memoria. L\u2019archivista demiurgo che trae dalle sue schede il potere di rappresentare il passato. Non conta quale passato se non il passato che il presente immagina o predilige. Nella dinamica ordine disordine allora si nascondono insidie nemmeno troppo potenziali, le molte e gravi difficolt\u00e0 di Pavone. Ma <em>quis custodiet custodes ipsos<\/em>? Che peso ha sulla storia la storia che potremmo definire di natura antropologica, se non biografica, di chi ha riordinato l\u2019archivio? Una questione non irrilevante, se ammettiamo le considerazioni fatte sopra. Dunque un metodo che di storico sembra avere per certi versi la storia personale di chi lo applica, lontano comunque anni luce da una oggettivit\u00e0 scientifica. Un canovaccio, pi\u00f9 che un metodo, il valido spunto per tante jam session documentali.<\/p>\n<p>E poi l\u2019altra domanda, su quali archivi si forma il metodo? Il modello di riferimento \u00e8 quello degli archivi delle grandi istituzioni pre unitarie, i \u201ccessati governi\u201d, e dei nascenti apparati burocratici. La scelta del 1875 \u00e8 chiara, si privilegiano archivi statali<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a>, un certo modo di pensare, rappresentare e conservare il mondo. Questo codice genetico \u00e8 di quelli di lunga durata e, almeno inizialmente, non sar\u00e0 scalfito neppure dalle aperture a nuove tipologie documentarie che si registrano a partire dal 1939. Solo in tempi successivi l\u2019attenzione descrittiva \u00e8 venuta progressivamente concentrandosi su fondi meno strutturati e istituzionali, pi\u00f9 volatili, meno \u201carchivistici\u201d, fino al caleidoscopico approccio attuale, fatto di archivi psichiatrici, della moda, della musica, dello sport e cos\u00ec via come testimonia ad esempio la ricchezza dei portali tematici di SAN<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\">[14]<\/a>. Ma l\u2019impostazione di base, almeno per i riflessi che ha avuto sul metodo, resta quella originaria. E ci\u00f2 finisce inevitabilmente con l\u2019influenzare le pratiche descrittive e l\u2019abito mentale dei descrittori, che almeno fino agli anni Settanta mantengono dritto il timone verso la sponda giuridica.<\/p>\n<p>Avvicinandosi ai giorni nostri, complici anche le suggestioni e le perversioni tecnologiche, il metodo con tutta evidenza non riesce per\u00f2 a sostenere pi\u00f9 se stesso o quanto meno il singolare. Il manifestarsi di nuove aggregazioni o, meglio una nuova sensibilit\u00e0 nei confronti di queste nuove aggregazioni, lo mette alla frusta. Anche gli standard devono ammettere che la descrizione e \u201cgeneral\u201d, che non esistono schemi meccanici. Raccontare gli archivi, dar loro un ordine significa di volta in volta sottoporli al vaglio degli eventi e della soggettivit\u00e0 descrittiva. Come ci insegnano i maestri ogni archivio \u00e8 uguale sostanzialmente a se stesso. E a chi lo descrive. Meglio parlare allora di metodi storici per dar conto di un modello di fondo che le persone, il tempo e gli archivi stessi hanno contribuito e contribuiscono a rimodulare<a href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\">[15]<\/a>.<\/p>\n<p>Ogni riordino \u00e8 ovviamente figlio del suo tempo, se non della sua ora, ogni riordino obbedisce alla realt\u00e0, al contesto scientifico e culturale in cui si colloca. Fatto questo che conferisce natura interpretativa pi\u00f9 che tassonomica al lavoro archivistico. La dimensione concettuale, i comportamenti indotti dalla non organizzazione dell\u2019archivio prevalgono e orientano la natura fortemente intellettuale dell\u2019intervento. Questa in fondo la lezione di Pavone. Una lezione di estremo rigore intellettuale in quanto agganciata a una realt\u00e0 che potremmo definire fattiva, a uno sguardo interessato, quello dello storico, agli archivi. \u201c(\u2026) il prius \u00e8 sempre la richiesta che la cultura pone agli archivi\u201d<a href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\">[16]<\/a>. Gli archivi si manifestano in ragione dell\u2019ordine che gli si conferisce e quest\u2019ordine \u00e8 in qualche modo subordinato a istanze e aspettative culturali pi\u00f9 o meno evidenti. L\u2019archivista riordinatore non reagisce tanto al metodo quanto a tali istanze. Il contesto diffuso, quello in cui si cala il riordino, \u00e8 il primo elemento di rimodulazione dei fondi archivistici. Uno fra i tanti. Il riordino \u00e8 il preludio a un racconto soggettivo, la sceneggiatura che sar\u00e0 recitata nell\u2019 inventario. Riordino e inventariazione, due operazioni distinte ma intrinsecamente abbracciate come ci ha insegnato a suo tempo Paola Carucci<a href=\"#_ftn17\" name=\"_ftnref17\">[17]<\/a>.\u00a0 Il collante di queste categorie intellettuali \u00e8 senza dubbio la descrizione archivistica, declinata nelle sue molteplici accezioni e possibilit\u00e0. L\u2019evoluzione della descrizione, dei modi e dei tempi della descrizione, definisce e ridefinisce l\u2019archivio. Cio\u00e8, in ultima analisi, il racconto dell\u2019archivio scaturisce dal riordino pi\u00f9 come risultato interpretativo che come risultato dell\u2019applicazione di un metodo, e la descrizione diventa causa\/effetto degli stessi strumenti utilizzati per generarla.<\/p>\n<p>Esiste una tensione sovrastrutturale che attraversa da secoli l\u2019intero processo di descrizione archivistica. \u00c8 lo spettro del soggetto produttore, percepito come sorgente inevitabile del fondo. Questa tensione, parossistica in Cencetti, \u00e8 stata rimodulata e allentata successivamente. Lo sforzo di Pavone, da storico oltre che archivista, di confrontarsi con il fatto, oltrech\u00e9 con le fabbriche dei fatti, ha riportato la descrizione e la percezione pi\u00f9 vicino a quei contenuti che ne sono la polpa. Ma Pavone e i pavoniani si sono comunque dovuti confrontare con il tema della organizzazione della informazione. E sono anch\u2019essi dovuti ricorrere allo strumento, poco realistico e poco archivistico della periodizzazione. Gabbie informative che contengono come busti ortopedici gli archivi. Questa tradizione pesa, come pesano gli standard descrittivi che ne sono dichiaratamente eredi. Pesa nel lungo periodo e informa di s\u00e9 anche l\u2019impianto dei sistemi informativi archivistici, che raccontano agli utenti un mondo in scatola che non sempre essi sono in grado di comprendere e assaporare. Ma forse i soggetti produttori sono rigidi e gerarchici solo ex post, nel tentativo bidimensionale di dare un ordine alla vita che invece, come \u00e8 noto, \u00e8 tridimensionale. I presenti dentro ai quali si sono mosse le fabbriche dei fatti, come le abbiamo definite, la realt\u00e0 vitale di cui sono state protagoniste, non sono mai stati gerarchici, non hanno mai dato luogo a riscontri documentari speculari. Basta guardare dentro ai complicati archivi correnti contemporanei per comprenderlo. La vita, e con essa i documenti, fluisce eccentrica, indisciplinata. \u00c8 uno specchio in frantumi quello dentro al quale si guardano gli archivi. Gli stessi titolari faticano a imbrigliare il flusso informativo. La vita e gli avvenimenti che la popolano non sono gerarchici. La nostra descrizione insomma ha fin qui rappresentato gli archivi come poteva e lo ha fatto molto bene nei limiti intrinseci agli strumenti disponibili. Gli alberi e la gerarchia non sono da buttare, ci hanno insegnato a ragionare in termini organici, a non cedere al caos potenziale, a modulare schemi possibili e accoglienti dentro ai quali ricondurre le immagini che abbiamo degli archivi. La contemporaneit\u00e0 apre per\u00f2 scenari nuovi, offre strumenti tridimensionali, capaci di imitare la vita, di esaltare la molteplicit\u00e0 delle relazioni che esistono tra i contenuti di un archivio. A questo dovrebbe servire prima di tutto digitalizzare: a soffiare la vita sui contenuti dando loro la parola, evitando di farli raccontare solo dalle strutture. Le strutture restano, ma cambiano verso, nome e forma. Con tutti i limiti che ancora manifesta un processo in corso<a href=\"#_ftn18\" name=\"_ftnref18\">[18]<\/a>, gli scenari che si intravedono dietro l\u2019evoluzione di RIC sembrano offrire concrete testimonianze in questo senso. Immaginare gli archivi come block chain, assemblaggi di pacchetti informativi affidabili e in continua evoluzione pu\u00f2 aiutare a dare risposte che la tradizione non riesce pi\u00f9 a offrire. Tag, ontologie e approccio semantico in genere possono fare molto per la descrizione archivistica. Forse sono gi\u00e0 la descrizione archivistica. Lo sono inevitabilmente per gli archivi digitali che nascono liquidi e distribuiti, ma lo possono diventare anche per quelli analogici, imponendo pure qualche riflessione sulle modalit\u00e0 di applicazione del metodo storico. Il mediatore contemporaneo insomma ha dalla sua l\u2019arma potente della tradizione e quella potentissima di sistemi di organizzazione e comunicazione della informazione senza precedenti, aperti a possibili, proficue contaminazioni con altri domini disciplinari. Occorre davvero cambiare passo, affacciarsi a nuovi e diversi statuti disciplinari, calare i valori archivistici dentro a questo nuovo crogiolo. Il faticoso tentativo di sistematizzare ci\u00f2 che sta accadendo sotto ai nostri occhi, di ammettere alla corte di ci\u00f2 che continuiamo con coraggio a chiamare archivio anche saperi diversi, non concorrenti ma di supporto alla soluzione di problemi apparentemente angosciosi, pu\u00f2 rappresentare una nuova svolta epocale nella disciplina, salvandola dall\u2019atrofia o, peggio, dall\u2019inutilit\u00e0 sociale che la minaccia.<\/p>\n<p>Cosa resta dunque del metodo storico e cosa rester\u00e0 dell\u2019impianto descrittivo su cui bene o male stiamo continuando a fare affidamento? Cosa accade quando li caliamo nella realt\u00e0 documentaria, evitando di indugiare su astrazioni di scuola? Molti archivi contemporanei sono piuttosto riottosi ad andare a infilarsi dentro a strutture precotte. Nascono liberi, si potrebbe dire, spesso fuori dal controllo tassonomico. Sono intrinsecamente destrutturati, privi di un controllo archivistico che non sa e non pu\u00f2 sovrintendere alla sedimentazione documentaria. La gerarchia viene meno fin dalla produzione e non soddisfa completamente neppure come ipotesi di riordino, a meno che non si faccia ricorso a robuste forzature. La rete di relazioni che compone l\u2019archivio ruota allora non intorno alle serie ma ai significati dell\u2019azione del soggetto produttore. Che si intercettano su piani orizzontali. Le serie sono di volta in volta una sorta di query a partire dai contenuti. Cambia dire che un\u2019unit\u00e0 \u201c\u00e8 figlia di\u201d (uno a uno) invece che \u201cha relazioni con\u201d (uno a molti). Ci troviamo insomma ancora una volta su un confine. L\u2019archivistica sembra una disciplina condannata all\u2019esplorazione, all\u2019esigenza di trovare risposte a trasformazioni che ora pi\u00f9 che mai si succedono vorticose. L\u2019archivistica, questa nostra archivistica deve necessariamente essere visionaria, cercare fuori di s\u00e9 le soluzioni ai problemi che la assediano e che mettono in discussione il suo ruolo. Perch\u00e9 quello dentro al quale ci muoviamo in questi nostri anni tecnocratici \u00e8 un territorio archivisticamente di confine. Si vive di visioni ormai, di impressioni digitali. Ed essere visionari pu\u00f2 aiutare ad andare oltre i limiti fisici che inchiodano la disciplina.<\/p>\n<p>Suggestioni fisiche alimentano questo approccio per certi versi sensoriale per altri neoparadigmatico agli archivi. Il concetto stesso di spazio, cardine insieme al tempo del lungo romanzo archivistico che attraversa in maniera sostanzialmente pacata i secoli, pu\u00f2 essere messo in discussione \u201c(\u2026) la teoria (della relativit\u00e0 ndr) predice che lo spazio si increspi come la superficie del mare (\u2026) descrive un mondo colorato e stupefacente dove esplodono universi, lo spazio sprofonda in buchi senza uscita, il tempo rallenta\u201d abbassandosi su un pianeta<a href=\"#_ftn19\" name=\"_ftnref19\">[19]<\/a>. Da questo punto di vista certo molti schemi possono traballare e divenire inappropriati. Con quale tempo e con quale spazio fa allora i conti l\u2019archivistica? Con uno spazio rappresentato, con un tempo possibile, accaduto ma in una dimensione elettiva pi\u00f9 che in una realt\u00e0. La realt\u00e0 diventa una matassa sfuggente che ci suggerisce duttilit\u00e0 piuttosto che schematismi. Certo l\u2019archivistica non \u00e8 e non sar\u00e0 mai fisica, eppure con i concetti di realt\u00e0, spazio, tempo divenire, si deve confrontare. Sulla relativit\u00e0 archivistica occorre riflettere a fondo. Quanti tempi, quanti spazi hanno agito su un archivio nel momento cui lo si sottopone al lifting del riordino? Come fare a dar conto di questa pluralit\u00e0?<\/p>\n<p>E allora nel momento, o, meglio, nella fase in cui crescono e si manifestano nuovi modelli descrittivi come ci rapportiamo con il presente? In qualche modo iniziamo a pensare nuovo<a href=\"#_ftn20\" name=\"_ftnref20\">[20]<\/a> ma agiamo vecchio. Posto che il vecchio sa essere anche di grande qualit\u00e0 e che sarebbe decisamente poco intelligente cedere a forme di snobismo iperfuturista, possiamo provare a chiederci come affrontare quella che si annuncia come una lunga transizione. Personalmente ritengo che siano tornati i tempi di discutere sulla descrizione inventariale<a href=\"#_ftn21\" name=\"_ftnref21\">[21]<\/a>, su certi suoi assiomi e su certi limiti. Di tornare ad immergersi nella bidimensionalit\u00e0 con occhi e sensi ormai tridimensionali. Di capire come traghettare un&#8217;esperienza consolidata nel futuro senza tradirla. I nuovi inventari, ci piace immaginare, non saranno pi\u00f9 rigorosi (e quasi mai rigogliosi) elenchi strutturati di cose incorniciate da un contesto tutto sommato rigido. Potranno essere racconti dinamici e autorigenerantisi dei contenuti e dei molti elementi (contesti) che ne segnano la fruibilit\u00e0. All&#8217;orizzonte, insomma, dentro a uno spazio archivistico costellato di ontologie, si profilano strumenti che si definiscono non pi\u00f9 in se stessi ma in ragione dei loro contenuti. Se si condividono queste premesse appare evidente che anche il software archivistico dovr\u00e0 sempre pi\u00f9 assecondare un modo di lavorare object oriented. Un ragno obbediente, il software, che costruisca reti di significati contestualizzati. E lo stesso processo di descrizione archivistica dovr\u00e0 adeguarsi. Potremo vedere i fondi e il mondo da un altro punto di vista. Anche perch\u00e9 sta succedendo qualcosa di simile a quello che capit\u00f2 all\u2019archivistica della seconda met\u00e0 del XIX secolo quando \u201cgli archivisti si trovano di fronte all\u2019urgenza di trattare grandi quantit\u00e0 di documenti, di massima afferenti agli antichi regimi\u201d<a href=\"#_ftn22\" name=\"_ftnref22\">[22]<\/a>. Oggi il digitale che poi in fondo non \u00e8 cos\u00ec contemporaneo ma insospettabilmente datato<a href=\"#_ftn23\" name=\"_ftnref23\">[23]<\/a>, ci\u00a0 pone di fronte ad una nuova emergenza che non \u00e8 semplicemente quella conservativa. Siamo davanti a un\u2019emergenza descrittiva e conservativa simile a quella che a suo tempo venne risolta con l\u2019invenzione pi\u00f9 o meno fortuita del metodo storico. Parafrasando Bonaini, e chiedendo venia ai numi archivistici e anche a chi legge, potremmo dire che un uomo che entra in un grande server non cerca i file ma le relazioni che intercorrono tra loro. Il problema cio\u00e8 di ribadire il metodo adeguandolo, di non far prevalere la parte, o le parti, sul tutto. Un tutto che fluttua, si delocalizza, si moltiplica, sfugge ai guardiani di memoria. Un tutto che i soggetti produttori, frammentati anch\u2019essi, gestiscono con disinvolta naturalezza. I vecchi \u201caffari\u201d sono diventati procedimenti complessi, intersecati, interoperabili. L\u2019archivio digitale e\/o la sua utopia precipitano a valle con la forza di un fiume in piena, delta documentario riottoso ad un\u2019organizzazione a posteriori. L\u2019archivio digitale si ordina, non lo si pu\u00f2 riordinare. All\u2019archivio digitale bisogna, anzi, impartire degli ordini. Ma come si ordina? Come gli si conferisce o, meglio, gli si impone un ordine che deve suonare davvero come un comando? Come lo si controlla nelle sue multiformi fenomenologie? Basta un titolario?<\/p>\n<p>Che strumenti epistemologici abbiamo per comprendere e interpretare ancor prima che conservare gli archivi digitali? Cosa conosce l\u2019archivistica dei segreti meccanismi che generano liquide filiere di dati?<a href=\"#_ftn24\" name=\"_ftnref24\">[24]<\/a> Come li pu\u00f2, se pu\u00f2, e deve, amministrare? Hardware, software, supporti, procedure, modalit\u00e0 di trasmissione, processi di conservazione, metadati, gli archivi sono tutto questo. E la parola archivio, per una somma di motivi, non basta pi\u00f9. Si scrive singolare e si legge plurale, gli archivi di un soggetto produttore ramificato nel suo modo di procedere e produrre. E naturalmente dati, pi\u00f9 o meno strutturati, pi\u00f9 o meno stabili. Gli archivi sono sistemi complessi, frutto di una societ\u00e0 complessa. Il sistema archivio riflette, in un rincorrersi di standard affannati, le difficolt\u00e0 che la nostra realt\u00e0 ha di riconoscere s\u00e9 stessa. Occorre duttilit\u00e0, ci vogliono competenza, pazienza e lungimiranza per passare dall\u2019archivio complesso di documenti al sistema dell\u2019archivio. Vanno forgiati nuovi strumenti, rivista l\u2019episteme e il metodo. Definizioni obsolete, a partire da quella di archivio in senso stretto e tradizionale, vanno rimpiazzate. Perch\u00e9 la forma \u00e8 sostanza. L\u2019archivio \u00e8 l\u2019insieme delle cose e delle azioni che scatenano processi di informazione e memoria tracciabili e conservabili nel tempo. L\u2019archivio \u00e8 e sar\u00e0 ci\u00f2 che le macchine, intese in senso ampio, collocano in una porzione di spazio e di tempo a sostegno delle esigenze degli umani. L\u2019archivio algocratico, segno di una civilt\u00e0 onnivora, va governato dall\u2019interno. Presto, subito, prima che sia troppo tardi. La stessa parola contesto va ripensata e allargata. Bisogna inseguirlo il contesto, anzi i contesti, a bordo di agili navicelle corazzate di metadati adeguati. Sapere di che ferro sono stati fatti gli archivi, di che impasto di bit. E pregare il futuro che aspetti. Che aspetti il tempo necessario, ad esempio, a ripensare il principio di provenienza. Ricondurre a un sistema complesso fatto di macchine e azioni e non solo di istituzioni diventa la provenienza. E poi ancora la fruizione potente e diluita, l\u2019accesso a fantascientifici inventari ontologici. C\u2019\u00e8 di che scrivere nuovi manuali.<\/p>\n<p>L\u2019archivio digitale non \u00e8, accade. \u00c8 una concatenazione di eventi che scatenano processi documentari fluidi, elettrici. Nelle pieghe dell\u2019interoperabilit\u00e0 l\u2019archivio digitale \u00e8 un susseguirsi di avvenimenti determinati e tracciati dalle macchine. Lo stesso concetto di workflow che accompagna dagli albori il protocollo informatico \u00e8 di fatto una concatenazione di eventi. Forse da sempre, a ben pensarci, l\u2019archivio accade.<\/p>\n<p>Dire che gli archivi non sono ma accadono non significa ovviamente negarne il dato materiale ineludibile. Significa piuttosto sottolinearne la costante dinamicit\u00e0 costitutiva e descrittiva. Non pensare, insomma, a monoliti dati per sempre ma a flussi informativi in costante evoluzione, con minore o maggiore intensit\u00e0 e complessit\u00e0 sia rispetto ai contenuti che alle finalit\u00e0. Questo influenza anche la percezione di descrizione archivistica e l\u2019azione stessa della descrizione, che vede accentuarsi la sua vocazione dinamica, come era del resto gi\u00e0 stato sottolineato in ISAD(G). La raccolta dei metadati, di metadati complessi e non banalmente descrittivi, accompagna gli accadimenti che segnano l\u2019evoluzione e la storia dell\u2019archivio. Il metodo storico diventa allora un indicatore, un supporto strategico che insegna a seguire non pi\u00f9 e non tanto le vicende del soggetto produttore ma i fatti archivistici che determinano l\u2019assetto del complesso documentario. Il tutto viene portato agli estremi nel contesto digitale. Un archivio e soprattutto un archivio digitale, non \u00e8 per sempre e non \u00e8 sempre uguale a se stesso, tende appunto ad avvenire, a manifestarsi in sembianze cangianti, reagendo a fatti che non sono di natura puramente istituzionale. Gli stessi archivi storici pi\u00f9 antichi, del resto, apparentemente pacificati nella conservazione permanente, stano conoscendo la forza di un fatto che si chiama digitalizzazione, che li scuote, li rimodula, talvolta li trasforma. E anche di questo bisogna tener conto in un presente che si configura denso di avvenimenti documentali. Gli stessi documenti del resto in molti casi si avviano a diventare episodi, aggregazioni congiunturali di dati che possono, come non possono, stabilizzarsi. Una memoria a pezzi, dunque, una memoria in marcia, una memoria che deve essere inseguita nelle pieghe dei contesti tecnologici, nella comprensione di tutti quei fenomeni che mentre la generano tendono a divorarla.<\/p>\n<p>L\u2019archivio dunque non \u00e8 un\u2019entit\u00e0 data a priori solo dagli assetti istituzionali e organizzativi di un soggetto produttore o da un\u2019azione classificatoria in qualche modo avulsa. Sono i fatti a determinarlo, le azioni a configurarlo. Se questo \u00e8 vero, come sembra essere vero, ne deriva che piuttosto che ai documenti il concetto di ordine in un contesto digitale deve essere applicato agli avvenimenti. L\u2019archivio \u00e8 ordinato nella misura in cui sono ordinati o almeno noti e definiti i procedimenti, ovvero le azioni, che lo scatenano e lo generano. Il metodo allora non guarda solo al complesso dei documenti ma anche e soprattutto alle procedure che lo ingenerano. Occorre ampliare il concetto di archivio inteso come complesso di documenti a quello di sistema archivio<a href=\"#_ftn25\" name=\"_ftnref25\">[25]<\/a>. Il sistema archivio comprende oltre ai documenti (ai dati) le persone (intese anche come unit\u00e0 organizzative), gli strumenti e le procedure usate per dar luogo ai dati e conservarli. L\u2019ordine deriva dalla conoscenza a priori del sistema archivio, il manuale di gestione diventa per certi versi la bibbia dell\u2019ordinatore. Un ordinatore che persegue per\u00f2 i suoi fini nella fase iniziale del ciclo vitale, prima che le vicissitudini digitali possano disperdere l\u2019archivio. L\u2019ordine va previsto. Quasi preesiste all\u2019archivio. L\u2019archivio digitale, se lo vogliamo difendere nella sua dimensione storica, impone comportamenti e procedure rigorose. Passare dal concetto di riordinamento a quello di ordinamento significa proprio questo, ribaltare i tempi dell\u2019intervento, porre il valore di memoria come fondante della progettazione dell\u2019archivio. Il metodo storico in questo senso serve sempre, come capacit\u00e0 di analisi dei meccanismi della produzione ma diventa strumento di progettazione piuttosto che di ricostruzione. Il principio di provenienza diventa capacit\u00e0 e volont\u00e0 di generare e monitorare flussi documentali ascrivibili a uno o pi\u00f9 soggetti. Va insomma costruito, non applicato a posteriori. Il db dei procedimenti \u00e8 l\u2019ordine originario, lo specchio tanto amato.<\/p>\n<p>Anche se molte restano le incertezze lungo un percorso che per il momento si riesce solo a intravedere. La prima perplessit\u00e0 \u00e8 quella relativa alla capacit\u00e0 che gli archivisti hanno di incidere realmente su un processo che come un vento furioso strappa loro dalle mani il controllo della memoria. Entrare nell\u2019ordine di idee del ribaltamento di tempi e prassi \u00e8 importante ma altrettanto importante \u00e8 acquisire un\u2019autorevolezza che al momento non sembra esistere. Autorevolezza che va di pari passo con la consapevolezza del ruolo individuale e delle responsabilit\u00e0 politiche. Di una politica che semplicemente non vede gli archivi e la questione archivistica perch\u00e9 non vede neppure s\u00e9 stessa, incapace come \u00e8, per intrinseca debolezza culturale dei suoi protagonisti, di riconoscere quella immaginazione, quella capacit\u00e0 progettuale che dovrebbe esserne l\u2019essenza.<\/p>\n<p>Ma dicevamo sopra che all\u2019archivistica sembrano occorrere nuovi manuali, nuovi assetti disciplinari<a href=\"#_ftn26\" name=\"_ftnref26\">[26]<\/a>. C\u2019\u00e8 da combattere una battaglia, se cos\u00ec la possiamo chiamare, per conciliare le molte anime della disciplina. Si manifesta l\u2019archivistica plurale<a href=\"#_ftn27\" name=\"_ftnref27\">[27]<\/a> che si confronta con il vecchio ed il nuovo, con il passato e con il futuro. Che non intende dimenticare e non vuole abdicare. Nel momento in cui l\u2019edificio archivistico sembra sbriciolarsi sotto il peso di spinte oggettivamente pi\u00f9 grandi di lui bisogna riuscire a trovare, con la determinazione che deriva da una solida tradizione, un colpo d\u2019ala, uno slancio verso il futuro. Un errore gravissimo sotto tutti i punti di vista sarebbe quello di cedere a una dimensione che potremmo definire paleografica. Chiudersi cio\u00e8 nel passato, rinunciando a giocare la partita del presente. Errore altrettanto grave, per\u00f2, sarebbe quello di dimenticare le radici, il bagaglio metodologico, le competenze sedimentate nel corso dei secoli. E\u2019 chiaro che siamo ad una fase nuova della storia dell\u2019archivistica, che non \u00e8 neppure pi\u00f9 quella postmoderna. Questa archivistica, a volerla definire, \u00e8 un traghetto sociale e culturale. Non si pu\u00f2 cavarsela con l\u2019etichetta di archivistica informatica o digitale. Sarebbe un errore anche questo, un taglio inopportuno con la continuit\u00e0 del passato. Dobbiamo parlare di archivistica tout court e poi declinarla in specializzazioni puntuali<em>.<\/em> Ma la radice etica, deontologica, pragmatica deve essere quella. Archivistica come governo degli archivi e quindi delle cose. Archivistica come supporto alla coscienza critica di una civilt\u00e0 di dati e dai dati talvolta sopraffatta L\u2019archivistica \u00e8 qualit\u00e0, l\u2019informatica quantit\u00e0, sia pure efficiente<\/p>\n<p>L\u2019ordine \u00e8 divino quindi non \u00e8 dato agli umani. Eppure si deve tendere all\u2019ordine, alla contestualizzazione, al governo dei dati, se non vogliamo che i dati e le macchine governino noi. Ecco, ci\u00f2 che resta del metodo storico ci insegna forse questo. Ci insegna il bisogno di risalire all\u2019origine, di inseguire nei flussi documentali un senso possibile, un contesto credibile. Senso e contesto, \u00e8 vero, si dilatano, diventano altro da un semplice profilo istituzionale. Ci serve il plurale. Contesti. Sfrangiati, interoperabili, semi automatici, schiacciati sotto il peso dei dati ma contesti. L\u2019archivistica, la pratica archivistica con i suoi strumenti, diventa allora un inseguimento, una battaglia intorno e con le informazioni. Il lavoro di secoli, \u201combra dei padri\u201d ci dice che \u00e8 possibile, che la quantit\u00e0 non sgomenta. I grandi archivi preunitari domati, o almeno addomesticati, con il metodo storico sono monumenti alla fondamentale incoscienza archivistica. Il risultato di una battaglia con la quantit\u00e0 della memoria, dato che rimane troppo spesso sullo sfondo. Il principio di provenienza, prassi filologica di ordinamento, diventa capacit\u00e0 di generare e interpretare sequenze di metadati. Si pu\u00f2 fare. Servono appunto incoscienza e ricerca. La ricerca archivistica di punta non deve indugiare pi\u00f9 su un passato che il metodo con le sue rivisitazioni sa comunque governare. Si sofferma sulla descrizione, sulla restituzione, su nuovi modi di raccontare il passato e poi si scaraventa nel futuro. Per capire cosa del suo modo di fare si debba cambiare. A cominciare dal rapporto tra ordine e disordine. L\u2019ordine e il disordine. Due stati apparentemente antagonisti. Dall\u2019uno si pu\u00f2 procedere all\u2019altro e viceversa. L\u2019uno presuppone l\u2019esistenza dell\u2019altro e lo elide. Per negazione. Apparentemente. Almeno fino a quando non si applichino queste categorie a un archivio dove l\u2019ordine e il disordine si rincorrono armonicamente, si completano fisiologicamente. L\u2019ordine, o, meglio, il riordino secondo la struttura \u00e8 il nemico istituzionale del disordine archivistico. Ma questo schema non \u00e8 pi\u00f9 sufficiente. A restituire l\u2019ordine non \u00e8 pi\u00f9 solo un\u2019analisi intellettuale a posteriori. Non si attinge pi\u00f9 all\u2019interpretazione vagamente mitizzante e mitizzata del soggetto produttore. Perch\u00e9 il soggetto produttore esce dalle nebbie inebrianti del mito. Si siede con noi. Non pi\u00f9 arguta ricostruzione archetipa ma presente sparso a piene mani sul futuro. L\u2019azione si moltiplica, il rapporto non \u00e8 pi\u00f9 uno a uno ma molti a molti. Soggetti plurimi e interoperabili e interoperabili e plurimi archivi. La struttura, liquido amniotico di un tempo trascorso, trema alle fondamenta. Non pi\u00f9 documenti ma dati che corrono lesti incontro a altri dati. L\u2019ordine \u00e8 il flusso frenetico dei dati. \u00c8 vettoriale. Intreccio di bisogni e memoria. \u00c8 lecito chiedersi che ne sar\u00e0 di memoria, dea vacillante, in questa nuova temperie. L\u2019ordine non si fa, l\u2019ordine \u00e8, conferito da automi sferraglianti capaci di prodigi tassonomici e seriali, divoratori di algoritmi\u00a0inesistenti in natura. Dal metodo storico alla classificazione automatica: forse la fine della memoria come gigantesco fenomeno di soggettivit\u00e0 collettiva. O, pi\u00f9 semplicemente, un futuro fatto di archivi governati da un nuovo metodo storico. Che guida l\u2019ordine, non il riordino.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>FEDERICO VALACCHI<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Bibliografia<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Batini, Carlo, Anisa Rula, Monica Scannapieco, e Gianluigi Viscusi. \u00abFrom Data Quality to Big Data Quality\u00bb. <em>Journal of Database Management<\/em> 26, n. 1 (2015): 60\u201382.<\/p>\n<p>Benedetti, Amedeo. \u00abL\u2019Inventario dell\u2019Archivio di Stato di Lucca di Salvatore Bongi\u00bb. <em>Cluture del Testo e del Documento<\/em> 13, n. 93 (2012): 103\u201322.<\/p>\n<p>Bologna, Marco. \u00abLa sedimentazione storica della documentazione archivistica\u00bb. In <em>Archivistica. Teorie, metodi, pratiche<\/em>, 211\u201335. Roma: Carocci, 2014.<\/p>\n<p>Carucci, Paola. \u00abL\u2019ordinamento\u00bb. In <em>Le fonti archivistiche: ordinamento e conservazione<\/em>, 137\u201378. Roma: Carocci, 2008.<\/p>\n<p>\u2014\u2014\u2014. <em>Le fonti archivistiche: ordinamento e conservazione<\/em>. Roma: La Nuova Italia Scientifica, 1983.<\/p>\n<p>Giuva, Linda, Stefano Vitali, e Isabella Zanni Rosiello. <em>Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella societ\u00e0 contemporanea<\/em>. Milano: Mondadori Bruno, 2007.<\/p>\n<p>International Council on Archives &#8211; Experts Group on Archival Description. \u00abRecords in Contexts. A conceptual model for Archival Description. Consultation Draft v0.1\u00bb, 2016. https:\/\/www.ica.org\/sites\/default\/files\/RiC-CM-0.1.pdf.<\/p>\n<p>Lodolini, Elio. <em>Storia dell\u2019archivistica italiana: dal mondo antico al XX\u00b0 secolo<\/em>. Milano: FrancoAngeli, 2001.<\/p>\n<p>Marcantonio, Giorgia Di. \u00abBibliografia ragionata\u00bb. In <em>Diventare archivisti. Competenze tecniche di un mestiere sul confine<\/em>, a cura di Federico Valacchi, 183\u2013206. Milano: Editrice Bibliografica, 2015.<\/p>\n<p>\u2014\u2014\u2014. \u00abIl vasto panorama della bibliografia archivistica. Una disciplina al confine tra tradizione e innovazione\u00bb. <em>Biblioteche Oggi Trends<\/em> 2, n. 2 (2016): 59\u201366.<\/p>\n<p>Massab\u00f2 Ricci, Isabella, e Marco Carassi. <em>Scritti di teoria archivistica italiana. Rassegna bibliografica<\/em>. Roma: Ministero per i Beni e le Attivit\u00e0 culturali. Ufficio centrale per i beni archivistici, 2000. http:\/\/151.12.58.123\/dgagaeta\/dga\/uploads\/documents\/FuoriCollana\/546a1c8a39a1e.pdf.<\/p>\n<p>Michetti, Giovanni, a c. di. <em>L\u2019archiviazione, OAIS (Open archival information system). Sistema informativo aperto per l\u2019archiviazione<\/em>. Roma: ICCU, 2007.<\/p>\n<p>\u2014\u2014\u2014. \u00abMa \u00e8 poi tanto pacifico che l\u2019albero rispecchi l\u2019archivio?\u00bb <em>Archivi &amp; Computer<\/em> 1 (2009): 85\u201395.<\/p>\n<p>Panella, Antonio. \u00abL\u2019ordinamento storico e la formazione di un Archivio generale in una relazione inedita di Francesco Bonaini\u00bb. <em>Archivi<\/em> 3, n. 1 (1936): 36\u201339.<\/p>\n<p>Pavone, Claudio. \u00abLa storiografia sull\u2019Italia postunitaria e gli archivi nel secondo dopoguerra\u00bb. In <em>Intorno agli archivi e alle istituzioni. Scritti di Claudio Pavone<\/em>, a cura di Isabella Zanni Rosiello, 249\u201398. Roma: Ministero per i beni culturali e le attivit\u00e0 culturali. Dipartimento per i beni archivistici e librari. Direzione generale per gli archivi, 2004.<\/p>\n<p>\u2014\u2014\u2014. \u00abMa poi \u00e8 tanto pacifico che l\u2019archivio rispecchi l\u2019istituto?\u00bb <em>Rassegna degli Archivi di Stato<\/em> XXX, n. 1 (1970): 145\u201349.<\/p>\n<p>\u00abPortali tematici SAN\u00bb. Consultato 28 aprile 2018. http:\/\/san.beniculturali.it\/web\/san\/archivi-tematici.<\/p>\n<p>Romanelli Cavazzana, Francesca. \u00abQuasi in lucido specchio\u00bb. Un filo rosso e variegato\u00bb. In <em>Storia degli archivi, storia della cultura. Suggestioni veneziane<\/em>. Venezia: Marsilio, 2016.<\/p>\n<p>Rovelli, Carlo. <em>L\u2019ordine del tempo<\/em>. Milano: Piccola Biblioteca Adelphi, 2017.<\/p>\n<p>\u2014\u2014\u2014. <em>Sette brevi lezioni di fisica<\/em>. Milano: Adelphi, 2014.<\/p>\n<p>Sandri, Leopoldo. \u00abIl De archivis di Baldassarre Bonifacio\u00bb. <em>Notizie degli Archivi di Stato<\/em> 10, n. 3 (1950): 95\u2013111.<\/p>\n<p>Saramago, Jos\u00e9. <em>Alabarde alabarde<\/em>. Milano: Feltrinelli, 2014.<\/p>\n<p>Valacchi, Federico. \u00abArchivistica, parola plurale\u00bb. <em>Archivi<\/em> 13, n. 1 (2018): 5\u201328.<\/p>\n<p>Vitali, Stefano. \u00abLa descrizione degli archivi nell\u2019epoca degli standard e dei sistemi informatici\u00bb. In <em>Archivistica. Teorie, metodi, pratiche<\/em>, a cura di Linda Giuva e Maria Guercio, 179.210. Roma: Carocci, 2014.<\/p>\n<p>Zanni Rosiello, Isabella. <em>Archivi e memoria storica<\/em>. Bologna: Il Mulino, 1987.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Grateful dead, <em>Walk in the\u00a0 sunshine<\/em><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> \u2060Leopoldo Sandri, \u00abIl De archivis di Baldassarre Bonifacio\u00bb, <em>Notizie degli Archivi di Stato<\/em> 10, n. 3 (1950): 110.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> D\u2019obbligo la citazione: \u2060Linda Giuva, Stefano Vitali, e Isabella Zanni Rosiello, <em>Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella societ\u00e0 contemporanea<\/em> (Milano: Mondadori Bruno, 2007).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> \u2060Carlo Rovelli, <em>L\u2019ordine del tempo<\/em> (Milano: Piccola Biblioteca Adelphi, 2017), 93.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> \u2060Antonio Panella, \u00abL\u2019ordinamento storico e la formazione di un Archivio generale in una relazione inedita di Francesco Bonaini\u00bb, Archivi 3, n. 1, serie II, (1936): 36\u201339.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> Carlo Rovelli<em>, L\u2019ordine del tempo (Milano: Piccola Biblioteca Adelphi, 2017), 79\u201382.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a> \u2060Claudio Pavone, \u00abMa poi \u00e8 tanto pacifico che l\u2019archivio rispecchi l\u2019istituto?\u00bb, <em>Rassegna degli Archivi di Stato<\/em> XXX, n. 1 (1970): 145\u201349.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a> Marco Bologna, \u00abLa sedimentazione storica della documentazione archivistica\u00bb, in <em>Archivistica. Teorie, metodi, pratiche<\/em> (Roma: Carocci, 2014), 213.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a> \u00a0Come sintesi di un dibattito lungo e articolato si rimanda qui a un classico della manualistica il cui titolo \u00e8 fortemente indicativo della percezione delle essenziali funzioni dell\u2019archivista e del suo ruolo: \u2060<em>Paola Carucci, Le fonti archivistiche: ordinamento e conservazione (Roma: La Nuova Italia Scientifica, 1983).<\/em> E in particolar modo nella ristampa pi\u00f9 recente \u2060Paola Carucci, \u00abL\u2019ordinamento\u00bb, in <em>Le fonti archivistiche: ordinamento e conservazione<\/em> (Roma: Carocci, 2008), 137\u201378. Per una sintesi bibliografica sui temi dell\u2019ordinamento e dell&#8217;inventariazione si veda anche \u2060Giorgia Di Marcantonio, \u00abBibliografia ragionata\u00bb, in <em>Diventare archivisti. Competenze tecniche di un mestiere sul confine<\/em>, a c. di Federico Valacchi (Milano: Editrice Bibliografica, 2015), 183\u2013206.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a> \u2060Amedeo Benedetti, \u00abL\u2019Inventario dell\u2019Archivio di Stato di Lucca di Salvatore Bongi\u00bb, <em>Cluture del Testo e del Documento<\/em> 13, n. 93 (2012): 103\u201322.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a> \u2060Jos\u00e9 Saramago, <em>Alabarde alabarde<\/em> (Milano: Feltrinelli, 2014), 55\u201356.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a> \u2060Elio Lodolini, <em>Storia dell\u2019archivistica italiana: dal mondo antico al XX\u00b0 secolo<\/em> (Milano: FrancoAngeli, 2001), 140\u201341.<\/p>\n<p>L\u2019art. 7 del Regio Decreto 27 maggio 1875, n. 2552 per l\u2019ordinamento generale degli Archivi di Stato recita:<\/p>\n<p>Gli atti di ciascuna sezione sono disposti separatamente per dicastero, magistratura, amministrazione, corporazione, notaio, famiglia o persona, secondo l\u2019ordine storico degli affari o degli atti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a> \u2060Isabella Zanni Rosiello, <em>Archivi e memoria storica<\/em> (Bologna: Il Mulino, 1987).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\">[14]<\/a> \u00a0\u2060\u00abPortali tematici SAN\u00bb, consultato 28 aprile 2018, http:\/\/san.beniculturali.it\/web\/san\/archivi-tematici.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\">[15]<\/a> Francesca Romanelli Cavazzana, \u00abQuasi in lucido specchio\u00bb. Un filo rosso e variegato\u00bb, in <em>Storia degli archivi, storia della cultura. Suggestioni veneziane<\/em> (Venezia: Marsilio, 2016).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\">[16]<\/a> Claudio Pavone, \u00abLa storiografia sull\u2019Italia postunitaria e gli archivi nel secondo dopoguerra\u00bb, in <em>Intorno agli archivi e alle istituzioni. Scritti di Claudio Pavone<\/em>, a c. di Isabella Zanni Rosiello (Roma: Ministero per i beni culturali e le attivit\u00e0 culturali. Dipartimento per i beni archivistici e librari. Direzione generale per gli archivi, 2004), 250.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref17\" name=\"_ftn17\">[17]<\/a> \u2060Carucc<em>i, Le fonti Arch. Ordinam. e Conserv.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref18\" name=\"_ftn18\">[18]<\/a> \u2060International Council on Archives &#8211; Experts Group on Archival Description, \u00abRecords in Contexts. A conceptual model for Archival Description. Consultation Draft v0.1\u00bb, 2016, consultato il 28 aprile 2018, https:\/\/www.ica.org\/sites\/default\/files\/RiC-CM-0.1.pdf.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref19\" name=\"_ftn19\">[19]<\/a> \u2060Carlo Rovelli, <em>Sette brevi lezioni di fisica<\/em> (Milano: Adelphi, 2014), 20.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref20\" name=\"_ftn20\">[20]<\/a> \u2060Giovanni Michetti, \u00abMa \u00e8 poi tanto pacifico che l\u2019albero rispecchi l\u2019archivio?\u00bb, <em>Archivi &amp; Computer<\/em> 1 (2009): 85\u201395.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref21\" name=\"_ftn21\">[21]<\/a> \u2060Stefano Vitali, \u00abLa descrizione degli archivi nell\u2019epoca degli standard e dei sistemi informatici\u00bb, in <em>Archivistica. Teorie, metodi, pratiche<\/em>, a c. di Linda Giuva e Maria Guercio (Roma: Carocci, 2014), 179.210.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref22\" name=\"_ftn22\">[22]<\/a> Carucci, \u00abL\u2019ordinamento\u00bb, 140.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref23\" name=\"_ftn23\">[23]<\/a> Bruce Sterling, \u00abThe mysterious visit of mr. Babbage\u00bb, \u00a0<em>Archivio<\/em>, 1 (2017): 20 \u2013 28.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref24\" name=\"_ftn24\">[24]<\/a> Carlo Batini et al., \u00abFrom Data Quality to Big Data Quality\u00bb, <em>Journal of Database Management<\/em> 26, n. 1 (2015): 60\u201382.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref25\" name=\"_ftn25\">[25]<\/a> \u2060Giovanni Michetti, a c. di, <em>L\u2019archiviazione, OAIS (Open archival information system). Sistema informativo aperto per l\u2019archiviazione<\/em> (Roma: ICCU, 2007).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref26\" name=\"_ftn26\">[26]<\/a> Per una disamina critica si veda ad esempio: Isabella Massab\u00f2 Ricci e Marco Carassi, Scritti di teoria archivistica italiana. Rassegna bibliografica (Roma: Ministero per i Beni e le Attivit\u00e0 culturali. Ufficio centrale per i beni archivistici, 2000); Giorgia Di Marcantonio, \u00abIl vasto panorama della bibliografia archivistica. Una disciplina al confine tra tradizione e innovazione\u00bb, Biblioteche Oggi Trends 2, n. 2 (2016): 59\u201366.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref27\" name=\"_ftn27\">[27]<\/a> Federico Valacchi, \u00abArchivistica, parola plurale\u00bb, <em>Archivi<\/em> 13, n. 1 (2018): 5\u201328.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Meglio che getti a mare l\u2019orologio che hai al polso e cerchi di capire che il tempo che vuole catturare non \u00e8 altro che il movimento delle sue lancette[1] &nbsp; Quiddam divinum[2]: riflessioni sul&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":5,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-260","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-senza-categoria"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/260","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/wp-json\/wp\/v2\/users\/5"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=260"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/260\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=260"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=260"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=260"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}