{"id":201,"date":"2018-03-11T19:41:38","date_gmt":"2018-03-11T18:41:38","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/?p=201"},"modified":"2018-03-11T19:41:38","modified_gmt":"2018-03-11T18:41:38","slug":"archivistica-parola-plurale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.unimc.it\/archivisticattiva\/2018\/03\/11\/archivistica-parola-plurale\/","title":{"rendered":"Archivistica parola plurale"},"content":{"rendered":"<p>\u00abArch\u00e9, ricordiamocelo, indica assieme il cominciamento e il comando. Questo nome coordina apparentemente due principi in uno: il principio secondo la natura o la storia, l\u00e0 dove le cose cominciano, principio fisico, storico o ontologico &#8211; ma anche il principio secondo la legge, l\u00e0 dove uomini e d\u00e8i comandano, l\u00e0 dove si esercita l\u2019autorit\u00e0, l\u2019ordine sociale, in quel luogo a partire da\u00a0 cui\u00a0 l\u2019ordine\u00a0 \u00e8\u00a0 dato\u00bb<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Archivistica, parola plurale<\/strong><\/p>\n<p><strong>Premessa<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;archivistica &#8211; soprattutto quella contemporanea &#8211; \u00e8 una disciplina per certi versi necessariamente indeterminata e \u201cliquida\u201d, perch\u00e9 sostanzialmente indeterminati e liquidi sono gli archivi che essa studia. I nostri punti di riferimento teorici, pi\u00f9 o meno consolidati, si scontrano costantemente con la realt\u00e0 della produzione, dell&#8217;uso e della conservazione, che \u00e8 spesso distante dalla teoria o, meglio, la sopravanza. Ci\u00f2 impone uno sforzo inesausto di ridefinizione dei modelli e delle prassi, che contrasta con la percezione statica che dei complessi documentari ha il senso comune. Gli archivi sono cose vive che, come le cose vive, evolvono, si trasformano, non si lasciano facilmente ingabbiare. E gli archivisti non possono mai dimenticarsi di questo. Poi, certo, elementi di staticit\u00e0 esistono ma anche per i complessi documentari apparentemente pi\u00f9 pacificati &#8211; e penso ad archivi storici consolidati e strutturati \u2013 nel tempo possono ad esempio cambiare le modalit\u00e0 di rappresentazione e comunicazione e, allora, le sollecitazioni al cambiamento si manifestano nuovamente. Le trasformazioni (ma meglio sarebbe parlare di evoluzioni) di archivi e archivistica sono ormai un fenomeno di lunga durata o meglio, quotidiano. Difficile fotografare questa disciplina senza ricavare spesso immagini sfocate, in fuga. Eppure l\u2019intrinseca vocazione tassonomica che accompagna gli archivisti ci impone di scattare in qualche modo queste fotografie all\u2019archivistica che cambia insieme ai suoi oggetti di studio e ai temi che ne contraddistinguono il sostrato epistemologico.<\/p>\n<p>L\u2019obiettivo di questo contributo \u00e8 di dimostrare come nell\u2019attuale congiuntura evolutiva l\u2019archivistica, cos\u00ec come il concetto e la fenomenologia di archivio<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>, e le prassi ad esso collegate tendano a moltiplicarsi e assumere nuovi significati e valenze. Allo stesso modo la disciplina nel suo complesso conosce una rinnovata articolazione, e non solo per effetto della ormai consolidata diffusione di tecnologie dell\u2019informazione in ogni settore dell\u2019universo documentario. Si tratter\u00e0 quindi di analizzare la multidimensionalit\u00e0 dell\u2019archivistica e degli archivi e di valutare come siano venute modificandosi o si stiano ridefinendo vere e proprie roccaforti concettuali e metodologiche quali soprattutto il processo di descrizione archivistica, alle prese con l\u2019evoluzione degli standard (con particolare riferimento alla gestazione di RIC_CM<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a> (<em>Records in Context. A Conceptual Model for Archival Description<\/em>, il nuovo \u201csuperstandard\u201d di descrizione del Consiglio Internazionale degli Archivi), e con la diacronicit\u00e0 che il digitale impone a questa pratica antica del mestiere di archivista. Nel far questo si affronteranno tematiche legate all\u2019apparente antinomia analogico-digitale, ma si cercher\u00e0 anche di approfondire la multidimensionalit\u00e0 necessaria della disciplina, legata a fenomeni che ancora prima che tecnici sono di ordine politico, sociale e culturale. Archivistica e archivi sono, infatti, inevitabili cartine di tornasole delle modifiche che attraversano la societ\u00e0 stessa, societ\u00e0 a sua volta multidimensionale e delocalizzata come i sistemi di fonti che genera e che la sostengono. Insomma una disciplina che attraversa con modalit\u00e0 diverse ogni settore della vita pubblica e privata, sia come strumento di costruzione dell\u2019efficienza e della trasparenza sia come dotta precettistica per la costruzione di memorie. Identit\u00e0, trasparenza, democrazia, costruzione e comunicazione delle memorie sono le parole che accompagnano una disciplina che diventa sempre pi\u00f9 \u201cpubblica\u201d, incisiva e aperta alle esigenze di una molteplicit\u00e0 di tipologie di utenti. Sulla scia di altri paradigmi<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a> al momento molto in voga, si potrebbe parlare di archivistica pubblica o <em>public archival science<\/em>, sottolineando in questa definizione la natura aperta e propositiva di un nuovo approccio all\u2019archivistica. Questa archivistica pubblica si alimenta di valori, metodi e prassi che gi\u00e0 appartengono al suo codice genetico e deontologico. Nel confronto con fenomenologie documentarie sempre pi\u00f9 \u201cscivolose\u201d e con una societ\u00e0 sempre pi\u00f9 esigente nei confronti degli archivi tende per\u00f2 ad aprirsi e a fare della sua trasparenza e capacit\u00e0 di raccontare i valori archivistici una priorit\u00e0. Si pu\u00f2 e si deve, insomma, andare ben oltre la classificazione, lo scarto o il riordino, attivit\u00e0 essenziali ma da considerare propedeutiche al raggiungimento dei veri obiettivi che sono quelli di diffusione a ogni livello del valore degli archivi. Valori non genericamente e romanticamente intesi come ricostruzione del passato, ma valori \u201cpubblici\u201d in ogni attimo del ciclo vitale, non disgiunti dalla capacit\u00e0 e dal desiderio di incidere, anche usando il passato, sul presente. Questa capacit\u00e0, ma verrebbe da dire questa volont\u00e0, di contribuire alla costruzione del presente guardando al tempo stesso al passato e al futuro \u00e8 il tratto distintivo di quell\u2019attivismo archivistico di cui tanto nel nostro paese si sente la mancanza<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>. L\u2019archivistica pubblica, infatti, si nutre da un lato di attivismo inteso come capacit\u00e0 di estrapolare dagli archivi pulsioni e contenuti in grado di supportare la progettazione della societ\u00e0 e, dall\u2019altro della capacit\u00e0 di tirar fuori dalle descrizioni, dagli strumenti e dagli archivi non solo la storia ma tante possibili storie<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>.<\/p>\n<p><strong>L\u2019archivistica e l\u2019archivistica pubblica tra mediazione e costruzione dell\u2019identit\u00e0<\/strong><a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a><\/p>\n<p>Per quanto dicevamo sopra, a questo punto parlando di archivistica si impone una distinzione tra l\u2019archivistica che potremmo definire \u201ctecnica\u201d, intesa come insieme di valori, metodi e prassi volti a tutelare e valorizzare i fondi archivistici, e un\u2019archivistica \u201cpubblica\u201d che, muovendo dai risultati conseguiti da quella tecnica, si apra alla societ\u00e0 con un profilo particolarmente dinamico. All\u2019interno di questo modello gli archivisti vedono enfatizzato il loro ruolo di mediazione e anzi vanno al di l\u00e0 della mediazione. Il potere degli archivi<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a> in questa lettura va oltre gli archivi stessi, diventa capacit\u00e0 di influenzare la societ\u00e0, di inoculare nella societ\u00e0 i valori archivistici di cultura istituzionale, trasparenza, memoria. L\u2019archivista da mediatore diventa attivista, acquisendo, potremmo dire, un nuovo stato d\u2019animo e muovendosi su due fronti, quello dell\u2019archivio corrente, con le sue implicazioni nel governo delle comunit\u00e0 e della salvaguardia di diritti e democrazia, e quello dell\u2019archivio storico inteso non pi\u00f9 solo come \u201csemplice\u201d fonte, ma come scaturigine di storie che arrivando dal passato siano capaci di impressionare e coinvolgere il presente. L\u2019archivistica pubblica e l\u2019attivismo archivistico sono per\u00f2 figli di quella che noi, con tutte le cautele del caso, abbiamo definito archivistica tecnica, la disciplina che per decenni, se non per secoli, ha esercitato un ruolo decisivo nella salvaguardia e nella comunicazione degli archivi.<\/p>\n<p>Nella congiuntura attuale \u00e8 piuttosto scontato affermare che questa archivistica sia una disciplina multidimensionale. La multidimensionalit\u00e0, potremmo dire, \u00e8 nella natura stessa delle cose archivistiche e del mondo da cui provengono e in cui si calano. Se ci si affaccia alla realt\u00e0 degli archivi ci si accorge di quanto ormai essa sia frammentata, articolata, sfuggente. Le acque tutto sommato quiete di una disciplina che si specchiava con accanimento filologico su sedimentazioni documentarie consolidate e (sia pure con qualche fatica) addomesticabili, sono diventate un lago, anzi, un mare in tempesta. La cesura pi\u00f9 profonda \u00e8 segnata senza dubbio dalla diffusione delle tecnologie dell\u2019informazione, per quanto nel regime di ibridazione in cui viviamo sia difficile distinguere con nettezza il prima e il dopo. Ma da sola la interpunzione digitale non basta a spiegare la multidimensionalit\u00e0. Se \u00e8 vero che essa, sul versante degli archivi correnti incoraggia meccanismi di produzione documentaria articolati e sfuggenti e al tempo stesso contribuisce a ridefinire il panorama delle fonti storiche (non senza pi\u00f9 di un rischio di obnubilamento documentario), \u00e8 anche vero che l\u2019archivistica \u00e8 attraversata da altri epifenomeni, che impattano soprattutto sulle strategie descrittive e comunicative e impongono un ripensamento di una buona parte dell\u2019impianto metodologico.<\/p>\n<p>L\u2019archivistica, alla luce di queste considerazioni, risulta evidentemente sospesa nel tempo, gravida di retaggi passati, scossa da sollecitazioni presenti e protesa verso nuove dimensioni e nuovi approcci. Ieri, oggi, domani. Ma cosa \u00e8 oggi l\u2019archivistica? L\u2019archivistica \u00e8 innanzitutto quella che \u00e8 sempre stata. Mentre cantano e incantano le sirene digitali non bisogna dimenticare che esistono ancora &#8211; e in misura preponderante &#8211; archivi storici analogici ed \u00e8 vivissima l\u2019esigenza di governarli mediante le pratiche consuete. Molti, troppi, fondi sono in attesa di essere descritti, ordinati e dotati di adeguati strumenti di ricerca, poco importa se analogici o digitali anche se, ovviamente, la naturale evoluzione degli strumenti guarda a soluzioni in grande maggioranza digitali, con tutto quello che ne pu\u00f2 conseguire sulla rimodulazione delle modalit\u00e0 di restituzione degli strumenti stessi. La disciplina e i suoi adepti devono quindi fare i conti innanzitutto con l\u2019incontestabile valore culturale consegnato dal passato remoto e recente. E\u2019 auspicabile che ci si confronti con i nostri importanti archivi storici e con le relative prassi di gestione e con il bisogno di governare il presente e il futuro insieme alla tecnologia che li sostanzia, generando informazione destinata a farsi memoria documentaria stabilizzata. Questa dimensione conserva tutta la sua importanza e non deve messere messa in ombra dal \u201cfuturo che avanza\u201d. Certo, presente e futuro incombono anche sulla dimensione pi\u00f9 \u201ctradizionale\u201d (senza nessuna sfumatura negativa in questo termine) dell\u2019archivistica, e impongono alla disciplina di fare i conti con fenomeni nuovi. Su tutti, come avremo modo di verificare pi\u00f9 avanti, il palingenetico dibattito intorno agli standard e la marea montante della digitalizzazione.<\/p>\n<p>L\u2019archivistica, come sappiamo bene, si occupa, tautologicamente, degli archivi e la fenomenologia documentaria, in questa congiuntura che si avvia a diventare struttura, va per\u00f2 ben oltre le sedimentazioni storiche consolidate. La rivoluzione dei meccanismi di produzione, sempre meno monolitici e sempre pi\u00f9 radiali, contribuisce a sfilacciare e a rendere fortemente articolato il rapporto tra produttore e sedimentazioni documentarie. La delocalizzazione, figlia dei documenti digitali, contribuisce a sua volta a una forma di parcellizzazione, distribuendo i documenti in realt\u00e0 fisiche distinte e diverse tra loro, anche rispetto alle modalit\u00e0 di trattamento. L\u2019archivio informatico impone nuovi comportamenti, nuove competenze e nuove strategie per garantire la sedimentazione, la gestione, l\u2019uso e la conservazione di lungo periodo dei documenti. Per rispondere a queste sollecitazioni l\u2019archivistica deve quantomeno sdoppiarsi, perch\u00e9 da sola non basta pi\u00f9 a s\u00e9 stessa. Essa deve appunto divenire plurale, per far fronte alla molteplicit\u00e0 delle epifanie documentarie del presente e alle emergenze per il futuro che esse innescano. Nel momento in cui si ribadisce questo concetto, ormai assodato, che sta semplicemente nella realt\u00e0 delle cose, si mette anche a fuoco l\u2019esigenza di fare dell\u2019archivistica una disciplina a 360\u00b0, che sappia guardarsi sia alle spalle che di fronte<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a>. La scienza che studia gli archivi ha sempre avuto capacit\u00e0 e, potremmo dire, urgenze retrospettive per allineare il passato al presente. Nella congiuntura attuale deve dotarsi di strumenti e immaginazione che le consentano di incatenare o quantomeno agganciare il presente al futuro. In questo snodo che mette la disciplina all\u2019incrocio dei venti restano affidabili paracadute i solidi valori fondanti su cui essa poggia, insieme al codice deontologico che richiama al dovere della tutela, della conservazione e della comunicazione, a prescindere dalla forma e dal supporto dei documenti. Se volessimo sintetizzare il tema dei valori fondanti in due soli termini, sia pure di grande \u201ccapienza\u201d, cio\u00e8 capaci di contenere una molteplicit\u00e0 di spunti e attivit\u00e0, potremmo ricorrere a due parole: efficienza e conservazione.<\/p>\n<p>L\u2019archivistica deve garantire innanzitutto la formazione, gestione e utilizzazione dei complessi documentari in quanto risorse efficaci per i soggetti produttori e i loro utenti. L\u2019efficienza come specchio della trasparenza e del vigore amministrativo, primo valore fondante degli archivi. A questo livello si incrocia anche il tema dell\u2019uso politico, sociale e identitario degli archivi stessi. Gli archivi non sono semplicemente informazione, come sappiamo bene. Essi hanno un ruolo che va al di l\u00e0 dell\u2019informazione, quando li si consideri appunto nella loro dimensione politica. Le questioni legate all\u2019accesso e all\u2019uso dell\u2019informazione vanno ben oltre la dimensione archivistica, in direzione della costruzione della consapevolezza di una societ\u00e0. Una societ\u00e0 senza archivi efficienti nel presente e nel passato \u00e8 una societ\u00e0 priva di riferimenti, manipolabile, soprattutto in un mondo che si annuncia digitale. Identit\u00e0 \u00e8 sapere da dove si viene per poter pensare a dove si vuole andare e gli archivi sono strumenti ineludibili per colmare quella che \u00e8 la carenza pi\u00f9 evidente del nostro paese: l\u2019assenza di una progettualit\u00e0 identitaria. Bisogna insomma pensare a un ruolo degli archivi e dell\u2019archivistica che vada oltre la dimensione tecnica e culturale e ne faccia protagonisti della costruzione di giustizia sociale<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a>. Descrivere, ordinare, inventariare resta assolutamente necessario ma i prodotti di questo lavoro devono anche essere messi al servizio di logiche capaci appunto di attraversare la societ\u00e0 ribadendo il potere della memoria.<\/p>\n<p>Su un altro versante, anzi, accanto all\u2019efficienza, sta il concetto\/valore di conservazione. Di conservazione di lungo periodo, lo diciamo subito perch\u00e9 la conservazione \u2013con buona pace della incerta normativa vigente- o \u00e8 di lungo periodo o non \u00e8. Dentro alla parola conservazione, e in particolare alla conservazione digitale, si annida una molteplicit\u00e0 di opportunit\u00e0 e problematiche.<\/p>\n<p>La conservazione si basa innanzitutto su un modello conservativo<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a> che consenta un accesso il pi\u00f9 ampio possibile e garantisca la sopravvivenza fisica e logica dei complessi documentari<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a>. Il nostro sistema conservativo invece \u00e8 evidentemente in crisi, incardinato come \u00e8 a un modello vecchio di quasi centocinquanta anni. La rete degli archivi di Stato e il policentrismo (che diventa talvolta puro campanilismo) non ce la fanno pi\u00f9. Vacillano sotto i colpi del digitale e vengono sorpassati a destra da nuovi approcci. Nascono sul territorio i poli della conservazione digitale, i cosiddetti soggetti accreditati. L\u2019idea di affidare a soggetti terzi<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a>, pubblici o privati, la conservazione in conto terzi non \u00e8 peregrina e, anzi, sembra l\u2019unica praticabile. Il punto \u00e8 tentare di capire che tipo di conservazione questi soggetti garantiscano in termini quantitativi e qualitativi<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\">[14]<\/a>. La conservazione, come ribadiremo pi\u00f9 avanti, \u00e8 contestualizzazione dinamica dei complessi documentari basata su un raffinato processo di descrizione archivistica. I cosiddetti soggetti accreditati sono in grado di garantire questo tipo di conservazione e tutte le implicazioni di mediazione a essa connesse? In altre parole il controllo archivistico (inteso in senso ampio e come ricerca di una dimensione conservativa socialmente rilevante) esiste? \u00c8 in grado di garantirlo l\u2019AGID (Agenzia per l\u2019Italia Digitale)? Forse, anzi, quasi sicuramente, no. Sarebbe allora necessario, prima di parlare di conservazione, prendere atto del presente e del futuro e rivedere gli assetti complessivi della gestione amministrativa degli archivi e quindi del modello conservativo. Cominciando dal chiarire l\u2019equivoco che potrebbero essere i tradizionali istituti archivistici a farsi carico dell\u2019eredit\u00e0 digitale. Questi, razionalizzati nella loro distribuzione, dovrebbero invece avviarsi a divenire dinamici \u201cmusei\u201d della memoria curando e illustrando gli ingenti patrimoni documentari in loro possesso e lasciando ad altri &#8211; adeguatamente vigilati &#8211; il compito di costruire la memoria futura. La ridefinizione inevitabile degli assetti della conservazione del resto non \u00e8 un semplice problema di stoccaggio o di tutela fisica ma coinvolge l\u2019intero processo di conservazione, fruizione e valorizzazione ed \u00e8 perci\u00f2 una criticit\u00e0 di ordine sociale prima che archivistico. Una memoria da costruire e non semplicemente da custodire, con tutte le conseguenze sul piano della percezione degli archivi, della sensibilit\u00e0 archivistica e dell\u2019approccio psicologico. Come ha scritto Linda Giuva:<\/p>\n<p>\u00abSi tratta di sperimentare forme organizzative in grado di riarmonizzare ai bisogni sociali la missione svolta dalle istituzioni conservative; di definire una legittimazione sociale degli archivi che sostenga e giustifichi agli occhi della collettivit\u00e0 i costi della conservazione della memoria archivistica contemporanea<a href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\">[15]<\/a>\u00bb<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 bisogno, allora, di costruire politicamente una nuova percezione degli archivi, svincolandoli da un modello che \u00e8, nei fatti, sofferente. Sarebbe quindi auspicabile che agli archivi nella loro interezza venisse riconosciuta un\u2019ampia autonomia amministrativa, organizzativa e gestionale. Condizioni queste che potrebbero essere garantite da una agenzia che tuteli tutte le loro peculiarit\u00e0 e che sia in condizione di governare anche la modernit\u00e0, interfacciandosi con gli altri soggetti che in questa fase gestiscono la transizione infinita al digitale<a href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\">[16]<\/a>.<\/p>\n<p>Se questa \u00e8 la dimensione materiale o, meglio, organizzativa della conservazione non si pu\u00f2 tralasciare quella culturale. La conservazione \u00e8 un processo che costruisce memoria e memoria critica, cio\u00e8 fatta di contesti a supporto dei contenuti. La conservazione \u00e8 un\u2019attivit\u00e0 trasversale che taglia il tempo e metabolizza \u201cinformazione\u201d per restituire testimonianze di civilt\u00e0. Si conserva per consultare, in prima istanza per garantire efficienza all\u2019azione giuridica e poi, per cos\u00ec dire, per dare profondit\u00e0 storica ai fatti e alle azioni. Da sempre al processo conservativo si accompagna una intensa pratica selettiva e da sempre, inevitabilmente, la conservazione \u00e8 frutto di scelte pi\u00f9 o meno consapevoli. Come sappiamo non esiste memoria oggettiva n\u00e9 esistono fonti del tutto affidabili. Solo l\u2019attenta ricostruzione dei contesti garantisce una relativa affidabilit\u00e0 agli archivi che assumono il loro peso culturale solo se valutati all\u2019interno di quella vera e propria rete documentaria, fatta di verifiche e rimandi, che potremmo definire sistema archivistico complessivo. Esistono intrecci, incastri, rinvii che (ri)qualificano il dato nudo e crudo. Se poi prendiamo in considerazione la fattispecie digitale, la dimensione culturale della conservazione si complica. Intanto perch\u00e9 ne rimangono tutto sommato incerte le modalit\u00e0 sia dal punto di vista organizzativo che da quello applicativo. Qui non ci preoccuperemo del \u201ccome\u201d si conserva<a href=\"#_ftn17\" name=\"_ftnref17\">[17]<\/a> se non per ribadire quanto peculiare sia la conservazione digitale e come questa attivit\u00e0 debba essere governata con tutta la preveggenza e la cautela del caso. La conservazione digitale per\u00f2 non \u00e8 un mistero iniziatico: \u00e8 tecnicamente praticabile a patto che vi si dedichi la dovuta attenzione, la si interpreti correttamente e la si finanzi adeguatamente. Potremmo dire che questo di tipo di conservazione, quando voglia essere efficace, \u00e8 un processo tecnologico evoluto, governato da altrettanto evolute pratiche archivistiche. E qui viene a galla il tema per certi versi trito e per altri irrisolto della interdisciplinarit\u00e0, della capacit\u00e0 che informatici e archivisti devono avere di collaborare sul terreno della costruzione della memoria digitale. Gli assetti attuali sembrano ancora sbilanciati verso l\u2019approccio tecnologico ma non \u00e8 nemmeno questo il problema. Forse questo stato di cose ha una matrice pi\u00f9 semplicemente giuridica, culturale ed epistemologica. Giuridica perch\u00e9 la normativa vigente non \u00e8 a tutt\u2019oggi garanzia di una conservazione digitale archivisticamente equilibrata. Culturale perch\u00e9 il modello di societ\u00e0 all\u2019interno del quale ci muoviamo tende a enfatizzare il presente a discapito del valore di memoria in quanto tracciante dei processi evolutivi. Epistemologica perch\u00e9 solo in parte la disciplina incalza da vicino queste problematiche, malgrado il proliferare di studi e progetti: il dilemma di fondo, storia o futuro, resta ancora irrisolto, come del resto dimostrano percorsi formativi quanto meno balbettanti.<\/p>\n<p>Il tema della formazione, dei profili professionali e delle specializzazioni rimanda per\u00f2 immediatamente alla pluralit\u00e0 della disciplina archivistica e, soprattutto, alla multidimensionalit\u00e0 degli archivi contemporanei.<\/p>\n<p><strong>\u00a0Gli archivi del presente e l\u2019identit\u00e0 digitale<a href=\"#_ftn18\" name=\"_ftnref18\">[18]<\/a><\/strong><\/p>\n<p>Il problema di ordine generale che pi\u00f9 di ogni altro influenza la visibilit\u00e0 e la piena diffusione dei valori archivistici \u00e8 quello del difficile rapporto che gli archivi nel loro complesso hanno con l\u2019opinione pubblica. Gli archivi sono stati e sono lontani dai cittadini e quando vengono avvicinati non mostrano sempre il loro lato migliore, avvolti talvolta nelle spire di un auto-referenzialismo duro a morire. D\u2019altra parte, l\u2019approccio del senso comune agli archivi \u00e8 certo superficiale e ancora ammantato di pre\/giudizio. La battaglia pi\u00f9 importante da combattere \u00e8 quindi quella della comunicazione, fermo restando che la comunicazione si nutre di contenuti e non di generici proclami sull\u2019importanza degli archivi.<\/p>\n<p>Ma cosa e come raccontano gli archivisti all\u2019opinione pubblica degli archivi? Sanno farne comprendere fino in fondo il valore o forse a volte indugiano su temi inevitabilmente distanti dal pubblico sentire? E soprattutto quali archivi vogliamo raccontare? Certamente tutti gli archivi senza discriminazione di data e formato. Questo assioma va letto per\u00f2 in controluce o, meglio, alla luce di una congiuntura archivisticamente (ma verrebbe da dire socialmente) molto particolare come quella attuale. Anche gli archivi subiscono gli effetti della grande depressione che stiamo attraversando ma sarebbe interessante parlare, pi\u00f9 che di crisi degli archivi, di archivi della crisi, cio\u00e8 di testimonianze pulsanti di quello che sta accadendo a sostegno di possibili soluzioni al problema di ordine generale.<\/p>\n<p>Come dicevamo sopra parlando di archivistica, archivistica pubblica e identit\u00e0, pensare agli archivi oggi pi\u00f9 che mai significa anche avere la capacit\u00e0 di scinderli dalla dimensione esclusivamente storica. Proprio per difendere il valore di memoria storica che gli archivi nella loro complessit\u00e0 rappresentano occorre individuare strategie che endano, per cos\u00ec dire, meno desueti e pi\u00f9 spendibili presso l\u2019opinione pubblica. Il dilemma che da sempre attraversa e in qualche misura spacca il mondo archivistico \u00e8 quello su quale sia la loro natura preminente. Testimonianze del diritto e reliquie del passato? Teoricamente nessuno ha mai misconosciuto il valore \u201cintegrale\u201d dei complessi documentari indipendentemente dalla fase del ciclo vitale che attraversano ma, nei fatti, le cose sono andate spesso diversamente. Certamente schiacciare la dimensione archivistica nella prospettiva dei beni culturali non rende ragione alla ricchezza e, soprattutto, all\u2019importanza strategica degli archivi. Gli archivi devono essere percepiti in prima battuta come strumenti di democrazia, efficienza e certificazione del diritto. Gli archivi non sono solo \u201cutili\u201d reliquie del passato, sono strumenti di governo. Per questo motivo collocarli in una dimensione esclusivamente \u201cbene-culturalista\u201d li indebolisce. Occorre insomma conoscere e far riconoscere il potere degli archivi su qualsiasi versante lo si voglia declinare. Solo la consapevolezza politica della centralit\u00e0 dei complessi documentari garantir\u00e0 loro un futuro. Mantenere gli attuali assetti intervenendo con tagli lineari che non risolvono la questione strutturale significa negare un\u2019emergenza e un\u2019emergenza che non riguarda solo un ridotto numero di ricercatori ma tutto il Paese. Gli archivi, quindi, non solo come residuo di attivit\u00e0 passate ma anche come strumento di efficienza. Gli archivi che siano importanti davvero e vengano adeguatamente governati nel rispetto di tutte le loro caleidoscopiche propriet\u00e0.<\/p>\n<p>Ma, se questa \u00e8 la dimensione politica e culturale cui ricondurre la fenomenologia archivistica contemporanea, non si pu\u00f2 dimenticare quella pi\u00f9 squisitamente tecnica, legata alle modalit\u00e0 di produzione, sedimentazione e conservazione di quei veri e propri \u201cmultifondo\u201d che oggi sono gli archivi. Anche la parola archivio non basta pi\u00f9 a contenere gli oggetti che vorrebbe descrivere. \u00a0Quello che si profila \u00e8 un universo documentario dove le ICT tendono a dettare le regole e dove si affievoliscono e si appiattiscono le istanze culturali. La crisi degli archivi passa anche da qui, dall&#8217;incapacit\u00e0 di governare le istanze che le tecnologie, in maniera pervasiva, alimentano. Sembra per\u00f2 limitativo scandire il mondo archivistico sulla base del supporto quando le questioni di fondo a ben guardare sono altre, a cominciare, molto banalmente, dalla percezione o, meglio, dalle percezioni che degli archivi stessi si hanno o si possono avere. L\u2019archivio, su questo si pu\u00f2 concordare, \u00e8 uno strumento. Ma uno strumento per fare che cosa? Per amministrare, per governare, per garantire sviluppo economico e per garantire e ricostruire memoria. Ma in una societ\u00e0 caratterizzata da una marcata deriva informativa o, se vogliamo, dalla globalizzazione, l\u2019archivio, sia pure nelle sue inafferrabili e ineffabili epifanie, \u00e8 in primo luogo strumento di possibile e necessaria identit\u00e0. Di una identit\u00e0 che vada oltre all\u2019inno nazionale cantato negli stadi e sia capacit\u00e0 di sviluppare coerenti progettualit\u00e0 politiche e culturali, capacit\u00e0 di immaginare il futuro, invece di vampirizzare il presente. Come ha scritto Eric\u00a0Ketelaar:<\/p>\n<p>\u00abBy cultivating archives through successive activations, people and communities define their identities. In these activations, the meanings of archives are constructed and reconstructed. Archives are not a static artifact imbued with the record creator\u2019s voice alone, but a dynamic process involving an infinite number of stakeholders over time and space. Thus, archives are never closed, but open into the future. Furthermore, digital archives are always in a state of becoming, being created and recreated by technologies of migration and reconstruction.<a href=\"#_ftn19\" name=\"_ftnref19\">[19]<\/a>\u00bb<\/p>\n<p>Un processo identitario dinamico, insomma, costruito sull\u2019attenzione rivolta a qualsiasi tipo di archivio e che muova dagli archivi verso la generazione di una coscienza pubblica fatta di memoria consapevole e non di progressive sottrazioni che allontanano eventi e sensazioni nel tempo e nello spazio, alimentando una societ\u00e0 mutila, fondata esclusivamente sul presente<a href=\"#_ftn20\" name=\"_ftnref20\">[20]<\/a>. L\u2019attenzione cui si \u00e8 fatto cenno si sostanzia della corretta gestione delle diverse tipologie documentarie, nella cultura dell\u2019archivio che \u00e8 innanzitutto responsabilit\u00e0 politica e sociale. \u00c8 a questo livello che l\u2019archivista pubblico, di cui abbiamo abbozzato sopra i tratti distintivi, pu\u00f2 agire sugli archivi per estrarre carburante prezioso per alimentare il motore di una societ\u00e0 che sembra smarrita nel mare delle informazioni che la sommerge. \u201cPensare archivistico\u201d, esercitare spirito critico, e insegnare soprattutto a esplicitarlo nel raccontare, sono i primi doveri dell\u2019archivista pubblico. Gli archivi sono in questo senso delle armi potenti, molto potenti. La loro corretta gestione insieme a un uso pi\u00f9 \u201cdisinvolto\u201c dei contenuti informativi sembra &#8211; senza esagerare &#8211; l\u2019unica via per riportare a una identit\u00e0 che sia politica, sociale, culturale e anche economica e che vada oltre fenomeni identitari fatti di social, televisioni e palloni. Gli archivi &#8211; e lo dico con enfasi assolutamente voluta &#8211; come cuore pulsante di una nazione civile. Ma perch\u00e9 questo avvenga occorre che gli archivi stessi \u2013attualmente pi\u00f9 simili a cavalli imbizzarriti che a depositi polverosi &#8211; vengano dominati nella loro poliedricit\u00e0 contemporanea.<\/p>\n<p>Quella che si chiama cultura della gestione documentaria \u00e8 prima di tutto cultura istituzionale e anche gli esuberanti archivi contemporanei ne sono l\u2019inesauribile sorgente. Anche se il fenomeno digitale, nella sua complessit\u00e0, sembra contribuire a dissolvere gli archivi nella loro interezza. O, meglio, ne ridisegna la mappa, ne ridefinisce gli assetti imponendo nuovi comportamenti e robusti adeguamenti degli statuti disciplinari. Esistono archivi correnti di carta, digitali, ibridi, sul web<a href=\"#_ftn21\" name=\"_ftnref21\">[21]<\/a> o disseminati e fortemente delocalizzati su diverse piattaforme e applicativi, e archivi storici analogici, solidamente ancorati al loro supporto ma anche digitalizzati in parte o integralmente. E poi ci sono descrizioni, rappresentazioni vecchie e nuove che raccontano questi stessi archivi, li accompagnano, tentano di spiegarli. Un crescendo ansiogeno che inseguiamo come possiamo, quasi tentando di stanare il \u201cnemico\u201d informativo nel disperato tentativo di <em>reductio ad unum<\/em>, in cerca di una salvifica benedizione del vincolo. Da dove cominciare allora a guardare all\u2019archivio, al concetto di archivio, nella congiuntura attuale? Anche il termine archivio, come archivistica, \u00e8 plurale. Vi si affollano dentro una serie di evenienze, di concezioni, di percezioni.<\/p>\n<p>La pluralit\u00e0 digitale fa degli archivi del presente entit\u00e0 multiple, all\u2019interno delle quali \u00e8 difficile riconoscere il vincolo unificatore. Il vincolo si sfilaccia, si contorce e si moltiplica nel tentativo di inseguire fenomenologie archivistiche sempre pi\u00f9 destabilizzate. Il monolite testuale che l\u2019archivio era \u00e8 diventato una somma di fattori che possono anche contravvenire agli assiomi matematici, producendo risultati non sempre uguali. L\u2019archivio che diventa un flusso di dati, tende a definire la propria fisionomia in ragione dei modi e delle finalit\u00e0 di uso e di accesso e per effetto delle tipologie documentarie recuperate e consultate, che disegnano un\u2019immagine dinamica di fondi archivistici che sono stati giustamente definiti ubiqui<a href=\"#_ftn22\" name=\"_ftnref22\">[22]<\/a>. I documenti stessi sono talvolta fluidi montaggi informativi da sorgenti diverse. Ci troviamo di fronte, insomma, a un archivio che riemerge al momento della consultazione invece di stabilizzarsi concretamente con processi di sedimentazione statici. L\u2019archivio si manifesta come aggregazione di dati<a href=\"#_ftn23\" name=\"_ftnref23\">[23]<\/a> che vengono a loro volta aggregati muovendo da piattaforme diverse. Inseguire il vincolo nelle pieghe dell\u2019ubiquit\u00e0 digitale diventa molto complesso, si dovrebbe forse parlare di vincoli che concorrono a identificare l\u2019archivio. Lo scenario \u00e8 fortemente articolato, soprattutto quando si guardi al tema portante della conservazione. La conservazione di archivi digitali (quando non ibridi) si scontra, aldil\u00e0 della dimensione squisitamente tecnica, con il problema del tentativo di congelare e ricomporre tutta questa liquidit\u00e0.<\/p>\n<p>Di questo magma, infatti, si deve prendere atto, bene o male. Forse \u00e8 il caso di ammettere che razionalizzare fisicamente non si pu\u00f2, non si pu\u00f2 pi\u00f9 tornare a una concezione univoca dell\u2019archivio in quanto sedimentazione fisica. L\u2019aggregazione documentaria digitale, se si vuole per quanto possibile salvaguardare il concetto di integrit\u00e0 dell\u2019archivio, \u00e8 essenzialmente logica. Molto, \u00e8 sicuro, andr\u00e0 perso dentro i flutti di questo ibrido impetuoso torrente informativo. Salvare il salvabile per\u00f2 si pu\u00f2. L\u2019archivio contemporaneo, quale che sia la sua finalit\u00e0, va inseguito, ricomposto, compreso nella sua natura, se necessario riformulato nei modi e nei tempi. Questo significa innanzitutto prendere atto che, come ormai sappiamo, la partita pi\u00f9 delicata si gioca nel presente per il futuro. Il che non significa certo, come dicevamo sopra, rinnegare l\u2019importanza dell\u2019eredit\u00e0 storica che il passato (sia pure filtrandola e lavorandoci sopra in tanti modi) ci ha consegnato. Ma quella \u00e8 un\u2019altra cosa. Tutta un\u2019altra cosa.<\/p>\n<p><strong>Fare i conti con il passato (con gli strumenti del presente)<\/strong><\/p>\n<p>C\u2019era una volta l\u2019archivio \u201cpacifico\u201d complesso di documenti amorosamente tenuti insieme dall\u2019idea stessa del vincolo, stabile e cogente dimostrazione della forte strutturazione di quei complessi documentari. Ora quegli archivi esistono ancora ma vivono, quando non vivacchiano, nelle pieghe degli scaffali, preziosi ma quasi inevitabilmente \u201cdistanti\u201d. Sono i nostri archivi storici, oggetto del desiderio della ricerca di ogni tipo ma allo stesso tempo vilipeso retaggio di memoria. Quanto alla sedimentazione sono archivi d\u2019altri tempi con tutto il loro fascino retr\u00f2 ma quanto alla immanenza nel quotidiano spargono nell\u2019attualit\u00e0 una memoria capace di nutrire il presente. Chi con fatica li accudisce e li rende fruibili sembra per\u00f2 non riuscire a vincere del tutto l\u2019incantesimo politico che da sempre chiude gli archivi in castelli spesso assai poco incantati. Dietro a questi pozzi di memoria si celano decenni se non secoli di studio e un\u2019imponente produzione bibliografica. Un fenomeno che anche a un esame sommario risulta di dimensioni impressionanti ma che \u00e8 sorprendentemente silenzioso per i pi\u00f9: l\u2019opinione pubblica ignora tutto ci\u00f2. Ignora il lavoro e \u201clo studio matto e disperatissimo\u201d che ha consentito a questi benefici mammut di sopravvivere al tempo<a href=\"#_ftn24\" name=\"_ftnref24\">[24]<\/a>. I nostri archivi storici sono potenziali, imponenti musei di una memoria condivisa, viva e pulsante. Ma hanno bisogno di cure. Le medicine consuete, per quanto utili, non bastano pi\u00f9 e comunque non sempre vengono somministrate. Oltretutto di descrizione, riordino, inventariazione si pu\u00f2 anche morire, se non si accompagnano a questi farmaci forti antidoti comunicativi.\u00a0 Gli archivi storici, insomma, sono chiamati ad uscire da s\u00e9 e a non fermarsi ai tradizionali processi descrittivi, approfittando soprattutto delle innegabili opportunit\u00e0 tecnologiche. Dopo la fase incerta degli esordi, esordi che risalgono ormai a qualche decennio fa, anche negli archivi storici le tecnologie dell\u2019informazione si sono per cos\u00ec dire impadronite della dimensione archivistica o ne hanno, quanto meno, ridefiniti i contorni. Dentro la apparentemente semplice distinzione tra archivi analogici e archivi digitali s\u2019insinuano problematiche complesse che mi pare impongano allo stato attuale pi\u00f9 di una riflessione, nel momento in cui ci accorgiamo dei profondi mutamenti \u201cantropologici\u201d introdotti dalle tecnologie dell\u2019informazione.<\/p>\n<p>In ambito archivistico la lunga marcia verso il digitale si \u00e8 mossa (in maniera per il vero scomposta, almeno nel caso italiano) dal versante descrittivo: sono state cio\u00e8 rese digitali innanzitutto le \u201crappresentazioni\u201d degli archivi, sia sotto forma di acquisizione di strumenti di ricerca pregressi che attraverso la costruzione di banche dati. Il fenomeno si \u00e8 dilatato e per certi versi assestato con la nascita dei grandi sistemi informativi e della galassia di sistemi descrittivi che intorno ad essi si \u00e8 formata. Il processo di digitalizzazione della descrizione \u00e8 stato il primo momento di concreto confronto tra archivi e tecnologie dell\u2019informazione. Questo processo, anche sulla scorta della lezione degli standard e del relativo dibattito, ha portato nel tempo alla definizione di sistemi descrittivi raffinati anche se talvolta autoreferenziali ma, per cos\u00ec dire, non ha intaccato la natura degli archivi. Le rappresentazioni digitali hanno anzi contribuito in buona misura a stanare i fondi archivistici dai depositi e a renderli pi\u00f9 vicini agli utenti. Ma il presente e il futuro portano con s\u00e9 un nuovo approccio o, forse, nuove esigenze. Negli archivi storici il crescente ricorso alla digitalizzazione di fonti primarie, non sempre sorretto da criteri selettivi adeguati, sta a dimostrarlo. Forse, per\u00f2, \u00e8 arrivato il momento di fermarsi a riflettere in maniera pi\u00f9 articolata sul rapporto tra il patrimonio archivistico consolidato (da accudire come non mai) e le sue riproduzioni digitali che spesso ridisegnano, se non tradiscono, la memoria. L\u2019anelito a trasferire sul web le fonti primarie attraversa ogni tipologia di archivio e crea al tempo stesso opportunit\u00e0 e criticit\u00e0<a href=\"#_ftn25\" name=\"_ftnref25\">[25]<\/a>. \u00a0Le opportunit\u00e0, con tutta evidenza, sono quelle di un accesso facilitato a interi sistemi di fonti. Le criticit\u00e0, oltre che nell\u2019esigenza di salvaguardare la conservazione degli oggetti digitali che si vengono creando, stanno tutte nei criteri di selezione. La digitalizzazione parcellizzata cui spesso si assiste pu\u00f2, infatti, alterare la fisionomia e l\u2019integrit\u00e0 originaria dei fondi archivistici creando archivi inventati, \u201cneo archivi\u201d sul web &#8211; intesi come aggregazioni di documenti digitalizzati spesso senza adeguati ed espliciti criteri di selezione &#8211; che possono risultare sostanzialmente decontestualizzati e lasciare sullo sfondo i complessi documentari originali. \u00c8 perci\u00f2 indispensabile agganciare ogni forma di digitalizzazione a strumenti di corredo adeguati e fornire tutte le indicazioni di contesto atte evitare che la copia digitale decontestualizzata si sganci definitivamente dall\u2019originale. Il digitale, infatti, non sostituir\u00e0 mai, nel caso di archivi storici ormai sedimentati, la ricchezza del panorama cartaceo, per semplici considerazioni quantitative. Quindi si guarda con grande interesse alla digitalizzazione ma, al tempo stesso, si auspica un uso \u201carchivistico\u201d dello strumento, per quanto ci\u00f2 possa sembrare complicato in un momento di accanimento digitale sulle fonti, a prescindere dalla morfologia della loro sedimentazione analogica.<\/p>\n<p>Ultimo, preoccupante esempio in questo senso \u00e8 quello della nascente <em>digital library<\/em> italiana, annunciata con enfasi del Ministro dei beni e delle attivit\u00e0 culturali e del turismo e cos\u00ec (altrettanto enfaticamente) descritto sul sito dell\u2019Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (istituto non archivistico, si badi bene):<\/p>\n<p>Un <strong>acquedotto digitale<\/strong>, dunque, dove riunire le diverse fonti che alimentano il web, attraverso cui qualsiasi utente (sia esso privato, istituzionale o impresa) possa fruire e riusare dati e risorse digitali del patrimonio culturale per qualsiasi scopo (accademico, scientifico, commerciale, turistico)<a href=\"#_ftn26\" name=\"_ftnref26\">[26]<\/a>. La digitalizzazione riguarder\u00e0, a quanto si apprende, 101 archivi e 46 biblioteche. Non si capisce bene cosa si intenda con digitalizzazione. Digitalizzare i fondi archivistici di 101 archivi sembra un\u2019impresa troppo ambiziosa oltre che di dubbia utilit\u00e0. O forse (e sarebbe attivit\u00e0 nobilissima) si intende ridurre a un sistema digitale l\u2019insieme degli strumenti per la ricerca? Il rischio \u00e8 quello di produrre l\u2019ennesimo <em>patchwork<\/em> di oggetti digitali possibilmente estrapolati dai contesti, proseguendo nella immaginifica politica dei proclami che caratterizza il MIBACT. L\u2019idea dell\u2019acquedotto che convoglia i rivoli sembra poi sovrapporsi al Sistema Archivistico Nazionale (SAN)<a href=\"#_ftn27\" name=\"_ftnref27\">[27]<\/a> e alimentare ulteriormente quella perversa catena di sistemi cui si alludeva prima. Al fondo rimangono le forti carenze di politiche culturali serie e di progettazione del sistema di risorse digitali archivistiche che da sempre penalizzano l\u2019archivistica digitale in Italia. La qualit\u00e0 progettuale dei prodotti \u00e8 in alcuni casi innegabile e di gran lunga vincente nel confronto internazionale, ma la organicit\u00e0 dell\u2019offerta e la capacit\u00e0 di comunicazione lasciano ampiamente a desiderare. Anche in questo caso spetterebbe agli archivisti tentare di governare le opportunit\u00e0 tecnologiche e volgerle da potenziali minacce in opportunit\u00e0. O, quanto meno, come in parte sta avvenendo potremmo dire in queste ore<a href=\"#_ftn28\" name=\"_ftnref28\">[28]<\/a>, gli archivisti dovrebbero ribellarsi di fronte a vere e proprie provocazioni digitali che impoveriscono il digitale stesso e le sue potenzialit\u00e0. Il problema in questo senso \u00e8 innanzitutto politico. Sono infatti le zoppie delle politiche culturali sottese allo sviluppo dell&#8217;insieme di risorse digitali per gli archivi (ricco ma confuso, e non sanato dal SAN) a chiamare in causa la disciplina. Il sistema archivistico digitale nel caso italiano \u00e8, infatti, costellato di risorse ma sostanzialmente disarticolato. La bandiera della panacea digitalizzatrice garrisce nei proclami ma di rado si parla di progettazione, selezione, esigenza di descrizione e riordino. Di rado, cio\u00e8, la politica si affaccia davvero negli archivi storici, rinunciando, cos\u00ec facendo, a esercitare il suo compito di pubblico garante della memoria e riducendo la questione archivistica a una dimensione tecnica che, per quanto importante, ne \u00e8 solo una componente. Il cuore della questione archivistica sta oggi invece nell\u2019esigenza di un governo per la memoria.<\/p>\n<p><strong>La descrizione<\/strong><\/p>\n<p>\u00ab<em>Si chiamano, dunque, false alcune cose in questo senso, cio\u00e8 o per il fatto che non esistono o per il fatto che la rappresentazione prodotta da esse non corrisponde a una cosa reale<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn29\" name=\"_ftnref29\">[29]<\/a>.\u00a0 Cio\u00e8: che rapporto c\u2019\u00e8, indipendentemente dai mezzi, tra descrizione e realt\u00e0, tra descrizione e passato, tra descrizione e presente, tra descrizione e futuro? L\u2019archivistica \u00e8 sempre stata rappresentazione<a href=\"#_ftn30\" name=\"_ftnref30\">[30]<\/a>. Nel tempo si sono modificati gli obiettivi e le modalit\u00e0 della rappresentazione ma \u00e8 restato immutato l\u2019anelito a raccontare gli archivi per renderne accessibili i contenuti. Il problema di fondo, come \u00e8 noto, \u00e8 quello del rapporto assai poco equilibrato tra potenziale informativo e risultati reali della ricerca. Negli archivi insomma si celano milioni di informazioni che nessuna approssimazione descrittiva riesce a stanare. Il metodo storico stesso sembra in fondo nascere da questo squilibrio, dall\u2019ansia di descrivere in qualche modo un patrimonio documentario immane al quale non bastano le materie ma servono le istituzioni, per dirla con Bonaini. Allo stesso modo \u00e8 rappresentazione l\u2019inventario bongiano<a href=\"#_ftn31\" name=\"_ftnref31\">[31]<\/a> e poi l\u2019introduzione di cencettiana memoria, introduzione che, come \u00e8 altrettanto noto, per Cencetti<a href=\"#_ftn32\" name=\"_ftnref32\">[32]<\/a> \u00e8 l\u2019essenza stessa dell\u2019inventario. Ma anche le successive rivisitazioni del metodo storico<a href=\"#_ftn33\" name=\"_ftnref33\">[33]<\/a> e il dibattito intorno alla Guida Generale si attestano su un modello di rappresentazione inevitabilmente \u201cesterno\u201d, attento alle strutture pi\u00f9 che ai contenuti. Il concetto stesso che noi abbiamo di inventario \u00e8 quello di una rappresentazione esterna, per quanto analitica essa sia. Nel <em>mare magnum<\/em> delle carte il recupero totale e automatico dell\u2019informazione non \u00e8 immaginabile.<\/p>\n<p>Gli stessi standard di descrizione, a partire da ISAD(G), non possono superare questo limite e, anzi, fanno della struttura (cio\u00e8 di una rappresentazione) lo scheletro di qualsiasi processo descrittivo. La multi-livellarit\u00e0 \u00e8 un modello di rappresentazione attento alle strutture pi\u00f9 che ai contenuti. Tutto questo \u00e8 apparso per lungo tempo immutabile o, meglio, ineluttabile. \u00a0Al tempo stesso, per\u00f2, da sempre ci\u00f2 che gli utenti davvero cercano \u00e8 l\u2019informazione tangibile. Il processo di avvicinamento al dato consentito dagli approcci tradizionali si sta dimostrando sempre pi\u00f9 insoddisfacente. Recentemente il verbo arboreo \u00e8 stato infatti messo in dubbio<a href=\"#_ftn34\" name=\"_ftnref34\">[34]<\/a> o, meglio, l\u2019evoluzione tecnologica ha innescato un processo di rivalutazione delle strategie e delle finalit\u00e0 descrittive e comunicative sia in ambito analogico che, soprattutto, digitale.<\/p>\n<p>Anche la descrizione archivistica, l\u2019arma pi\u00f9 potente che da sempre abbiamo per rappresentare gli archivi, l\u2019impalcatura che sorregge l\u2019intero castello, subisce infatti \u00a0le conseguenze dell\u2019evoluzione psicologica, sociale, tecnologica e culturale di archivi e archivistica. La descrizione \u00e8 al servizio degli archivi, d\u00e0 voce agli archivi. Ma se gli archivi e gli obiettivi che essi consentono di raggiungere si modificano anche la descrizione si deve adeguare. Credo che, in attesa che se ne possano cogliere gli sviluppi applicativi, questo sia il senso \u201cfilosofico\u201d del nuovo modello concettuale <em>Record in Context<\/em>. Da sempre il primo comandamento era non avrai altro albero al di fuori di me. Ora si profila l\u2019eresia o quantomeno si discute sulla possibilit\u00e0 di affiancare a rappresentazioni gerarchiche rappresentazioni stellari, di rete. La struttura rimane, perch\u00e9 irrinunciabile, ma l\u2019ingresso nel castello dell\u2019informazione si diversifica, si aggancia ad altre reti di significati in cerca di una integrazione descrittiva multidimensionale che dia conto della liquidit\u00e0 degli archivi contemporanei e al tempo stesso faccia del dato archivistico l\u2019ingrediente pi\u00f9 importante di una pietanza complessa che si chiama rappresentazione di societ\u00e0 (il plurale \u00e8 d\u2019obbligo). \u00a0Tecnicamente si va insomma incontro a una descrizione archivistica a un tempo multi-livellare e multidimensionale. Per capire bene cosa questo significhi bisogner\u00e0 attendere la dimensione applicativa di RIC ma il modello concettuale fin qui rilasciato \u00e8 senza dubbio un segnale chiaro, se non di un\u2019inversione di rotta, almeno di un\u2019apertura a nuovi possibili scenari. Per la prima volta gli standard descrittivi si agganciano alle tecnologie dell\u2019informazione e prendono atto del forte e cogente potenziale comunicativo degli strumenti disponibili. Il bisogno di dilatare l\u2019accesso ai contenuti archivistici, che su un altro versante trova riscontro in quegli archivi dinamici che sono gli <em>open data<\/em>, non nasce dagli archivi, viene dalle istanze della societ\u00e0, dai bisogni reali degli utenti. La descrizione al servizio degli utenti e non degli archivisti o di pochi eletti. Ed \u00e8 una descrizione articolata, agile, capace di integrarsi<a href=\"#_ftn35\" name=\"_ftnref35\">[35]<\/a>, di agganciarsi a descrizioni scaturite da altri domini, da altri dati, in modo che partendo da un fondo archivistico si possa generare una rete informativa distribuita e flessibile, in grado di restituire una pluralit\u00e0 di punti di vista e articolati insiemi di dati. Questo modello di descrizione archivistica multidimensionale, insomma, pare pi\u00f9 attento a tutti i possibili utenti e non interpreta gli archivi solo secondo modalit\u00e0 strutturate e sostanzialmente autoreferenziali, ma sembra in grado, a partire dal potenziale informativo del fondo, di generare una serie di reazioni a catena imprevedibili e affascinanti.<\/p>\n<p>A prescindere da quelli che saranno i suoi sviluppi, la descrizione archivistica \u00e8 una sorta di macchina fotografica che immortala le strutture dei fondi archivistici e ne analizza le componenti senza riuscire fino a questo momento a cogliere l\u2019integrit\u00e0 del patrimonio informativo. Rappresentazione appunto, non restituzione dell\u2019informazione.<\/p>\n<p>Malgrado questo suo limite intrinseco e inevitabile per ragioni semplicemente quantitative, la descrizione archivistica \u00e8 lo strumento privilegiato da utilizzare per raccontare gli archivi e renderli fruibili. Senza descrizione rigorosa gli archivi non esistono, sono muti o producono solo rumore di fondo. Si tratta per\u00f2 di uno strumento complesso, delicato da maneggiare. Lo \u00e8 in maniera strutturale, nella sua dinamica applicazione alle vicende della conservazione e della comunicazione. Lo \u00e8 ancor di pi\u00f9 in maniera congiunturale, di fronte all&#8217;esplosivo polimorfismo archivistico che caratterizza il nostro tempo e tende a rendere evanescenti i concetti di archivio e di documento su cui la descrizione si modella. Le evoluzioni pi\u00f9 recenti impattano infatti anche sul processo descrittivo. Un processo descrittivo che, come a su tempo prefigurato da ISAD(G), accompagna sempre pi\u00f9 la vita del documento e dell\u2019archivio e, anzi, la precede. Nel caso degli archivi digitali, infatti, come sappiamo si modifica il ciclo vitale del documento e il processo descrittivo si avvia fin dalla fase di concezione, dalla progettazione dell\u2019archivio. La descrizione strumento chiave della conservazione non \u00e8 pi\u00f9 un\u2019attivit\u00e0 sostanzialmente ex post ma diventa, per cos\u00ec dire, un viatico quotidiano che accompagna il documento. Ci\u00f2 mette in dubbio, per questo tipo di archivi, l\u2019ineluttabilit\u00e0 del riordino e di buona parte di attivit\u00e0 ex post che da sempre caratterizzano la funzione conservativa degli archivisti. Parafrasando Leopoldo Sandri, l\u2019archivio storico digitale si costruisce nell\u2019archivio in progettazione. L\u2019archivio deve essere ingabbiato in una struttura descrittiva che miri ai contenuti e ai contesti e accompagni passo dopo passo il processo evolutivo. La descrizione (insieme alla classificazione) conferisce ordine e crea i presupposti per la conservazione o meglio rende possibile la conservazione. Senza un\u2019adeguata descrizione archivistica la storicizzazione di questi gi\u00e0 labili sistemi documentari risulta in definitiva impossibile. Parlare di conservazione digitale non deve significare solo mantenere inalterati determinati oggetti digitali ma anche garantire nel tempo il sistema di relazioni e aggregazioni che fanno di un insieme di dati un archivio<a href=\"#_ftn36\" name=\"_ftnref36\">[36]<\/a>. Descrivere significa, in questo ambiente, generare quell\u2019ordine logico cui si alludeva sopra, dar conto della tortuosit\u00e0 della sedimentazione digitale e tentare di certificarne l\u2019univocit\u00e0. Declinare il processo descrittivo archivistico nel contesto digitale significa garantire una corretta conservazione e fruibilit\u00e0 sia dei dati che del loro contesto. In ambiente digitale la descrizione riveste un ruolo chiave nel processo conservativo perch\u00e9 \u00e8 l\u2019unico strumento che consente di \u201caccompagnare\u201d la tribolata vita del documento digitale e dei suoi meccanismi di produzione. I metadati archivistici, figli della descrizione, devono accompagnare quelli di natura tecnologica, che pure ovviamente rivestono grande importanza. Ma la descrizione \u00e8 anche garanzia di contestualizzazione. E in ambiente digitale il concetto di contesto, se da un lato viene messo a rischio di frettolose interpretazioni di un\u2019idea di conservazione intesa come stoccaggio di dati, dall\u2019altro assume un rilievo particolare in quanto garanzia di una mediazione non diversamente erogabile. L\u2019archivio \u201cliquido\u201d digitale che in molti casi, e soprattutto in chiave telematica, tende a materializzarsi nel momento dell\u2019accesso, quasi in forma di <em>query<\/em>, \u00e8 un archivio per la prima volta senza archivisti e quasi costruito dagli utenti (si pensi ai modelli di aggregazione degli <em>open data<\/em> che aprono scenari archivisticamente inquietanti). In questa dimensione gli archivisti si \u201cincarnano\u201d nei contesti che sono in grado di costruire e restituire. Evitando le secche insidiose della contestualizzazione di fatto, che spesso accompagna il digitale e che fa affidamento appunto sulla conoscenza diretta degli avvenimenti che hanno generato determinati documenti o aggregazioni documentarie, ed \u00e8 valida (per quello che vale) nell\u2019immanente e finch\u00e9 sussiste memoria diretta e conoscenza degli avvenimenti. Quella che si persegue con un adeguato processo descrittivo la potremmo invece definire contestualizzazione archivistica. Essa prescinde in qualche modo dalla fattualit\u00e0 o meglio, colloca i fatti entro un fitto sistema di relazioni informative che li svincola dalla soggettiva memoria diretta.<\/p>\n<p>Questo approccio alla descrizione si cala all\u2019interno di un modello conservativo che viene ridefinendosi e dove sembrano ulteriormente restringersi gli spazi per la mediazione diretta\/fisica. \u00a0Il modello conservativo risente inevitabilmente della situazione che abbiamo descritto nelle pagine precedenti. Innanzitutto si delocalizza e si propone su piani pi\u00f9 articolati che tendono comunque, indipendentemente dalla collocazione, a fare della consultazione in remoto l\u2019accesso privilegiato. Non pi\u00f9 dunque coincidenza tra spazio conservativo e consultazione ma separazione fisica tra i due ambienti. Anche questo contribuisce a imporre l\u2019esigenza di riformulare la mediazione e con essi l\u2019idea stessa del prodotto ultimo della descrizione, lo strumento di ricerca. Tutti siamo stati a lungo concordi su questo e abbiamo prodotto inventari come rappresentazioni &#8220;necessariamente&#8221; approssimative dei fondi archivistici. Grande attenzione ai contesti, in definitiva meno sfuggenti, minore e quasi rassegnata analisi dei contenuti. Le strutture e non le informazioni. Il modo stesso di pensare gli inventari in quest&#8217;ottica ne costituisce l&#8217;imprinting e al tempo stesso il limite. Se oggi ci guardiamo intorno per\u00f2 questo approccio pu\u00f2 probabilmente cambiare. Sospinte dal crescente processo di digitalizzazione dei documenti (e quindi dei contenuti) le istanze degli utenti<a href=\"#_ftn37\" name=\"_ftnref37\">[37]<\/a> vanno sempre pi\u00f9 in direzione della richiesta di &#8220;dati&#8221; piuttosto che di strutture. L\u2019inventario quale lo conosciamo nella dimensione digitale non \u00e8 pi\u00f9 dell\u2019archivio ma nell\u2019archivio, magari sotto forma di un motore di ricerca capace di pescare dentro ai singoli documenti superando quel limite di \u201cmera\u201d rappresentativit\u00e0 che ha da sempre accompagnato la ricerca archivistica. Ma il ragionamento, apparentemente ineccepibile sulla carta, funziona solo se l\u2019archivio, o meglio, i documenti al cui interno si cerca, sono contestualizzati, cio\u00e8 calati in un sistema di relazioni che la classificazione genera e la descrizione cristallizza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Conclusioni<\/strong><\/p>\n<p>La dimensione archivistica contemporanea risulta sfuggente, sospesa, incerta, perch\u00e9 la disciplina si deve confrontare con scenari articolati, diversificati, essi stessi sfuggenti. L\u2019irrisolta dicotomia tra vecchio e nuovo, tra analogico e digitale certo \u00e8 il nodo principale, ma non il solo. C\u2019\u00e8 il problema dei modelli organizzativi della tutela e della conservazione e, ancora, quello della formazione e della professione. E poi resta da capire quale sia il rapporto tra l\u2019archivista (chi \u00e8 l\u2019archivista?) e le altre professioni che popolano l\u2019universo documentario. Naturalmente non ho risposte esaustive ma mi sento di manifestare l\u2019esigenza di un ripensamento degli statuti disciplinari e, soprattutto, dei meccanismi formativi. Perch\u00e9 probabilmente (ri)pensando a cosa si insegna si creano i presupposti per inseguire un cambiamento che ci sta galoppando davanti. La formazione deve nascere dagli archivi quali essi sono e si palesano e, poich\u00e9, come abbiamo visto, le fenomenologie documentarie contemporanee manifestano estrema versatilit\u00e0, il meccanismo formativo dovr\u00e0 essere pi\u00f9 articolato ed elastico. Ma, al di l\u00e0 delle competenze specifiche necessarie a governare le diverse tipologie di archivio sembra importante che queste figure, che non sono n\u00e9 storici n\u00e9 <em>digital curator<\/em><a href=\"#_ftn38\" name=\"_ftnref38\">[38]<\/a><em>,<\/em> ma semplicemente archivisti, condividano valori deontologici e \u201cvenerazione\u201d della memoria, di quella passata di quella presente e di quella futura.<\/p>\n<p>Nella dimensione corrente l\u2019archivista, o l\u2019archivista informatico, opera a difesa dei valori giuridici e civili su un presente gravido di futuro. Alle sue azioni corrispondono reazioni capaci di indirizzare il contesto all\u2019interno del quale agisce. Un presente senza archivisti \u00e8 un presente senza archivi e quindi mutilo. Qui risiede la dimensione politica della questione archivistica contemporanea. Se la politica intesa come amministrazione nel suo complesso non riesce a percepire gli archivi difficilmente sar\u00e0 in grado di esprimere progettualit\u00e0. E la carenza di progettualit\u00e0, la mancanza di futuro \u00e8 forse il tarlo che pi\u00f9 di ogni altro corrode la nostra convivenza sociale. La politica fatta d\u2019immaginazione<a href=\"#_ftn39\" name=\"_ftnref39\">[39]<\/a>, quale essa dovrebbe essere, ha bisogno di certezze e conoscenze documentarie su cui appoggiarsi e da cui spiccare il salto verso il futuro. La verit\u00e0 certo non esiste e ogni archivio \u00e8 un\u2019interpretazione. Eppure nelle pieghe dei fascicoli, nella certezza del diritto, nella trasparenza documentale dell\u2019amministrazione, una verit\u00e0 risiede. Ed \u00e8 quella verit\u00e0 garantita dagli archivi e dagli archivisti e destinata, se accudita, a diventare memoria, a essere garanzia prima di tutto psicologica. La dimensione psicologica degli archivi, quella che va dalla consapevolezza di s\u00e9<a href=\"#_ftn40\" name=\"_ftnref40\">[40]<\/a> alla memoria e consapevolezza di una societ\u00e0 che in quanto consapevole ha le carte in regola per evolvere senza implodere. L\u2019archivista del presente (un presente come abbiamo detto pi\u00f9 volte impastato di passato e futuro) \u00e8 un attivista non solo e non tanto nel promuovere campagne documentarie che ricordano le <em>Bella Diplomatica <\/em>del Muratori (il potere dell\u2019informazione), o nella difesa dei diritti umani, cui pure pu\u00f2 portare un contributo, quanto nel sostenere strenuamente istanze di possibili verit\u00e0 documentarie a sostegno di progetti di evoluzione politica, sociale e culturale. E con la parola cultura ci affacciamo all\u2019altra met\u00e0 della luna. Quella dove vive l\u2019archivista storico, che \u00e8 figura di confine e mediazione tra informazione e memoria. La domanda sorge spontanea se ci si guarda un po&#8217; intorno. Qual \u00e8 il ruolo dell&#8217;archivista comunicatore\/mediatore al tempo della digitalizzazione massiva? Io credo sia innanzitutto quello di &#8220;certificatore&#8221; di contenuti, secondo formule e prassi magari ancora da individuare. Da un lato, infatti, un (incompiuto, almeno dal punto di vista degli strumenti di ricerca e degli ordinamenti) mondo analogico dove l&#8217;integrit\u00e0 dei fondi \u00e8 essa stessa garanzia di contesto, sia pure con tutti i distinguo del caso, dall&#8217;altro la parcellizzazione digitale che impone al mediatore un intervento di (ri)contestualizzazione. L\u2019archivista nel suo complesso non \u00e8 un <em>digital curator<\/em> o comunque l\u2019etichetta di <em>digital curator<\/em> gli sta stretta, per tutto quello che abbiamo avuto modo di dire. Questo archivista, partendo dalle sue competenze di dominio, \u00e8 forse destinato a diventare innanzitutto un narratore, e, sulla scia della nozione di storytelling si potrebbe coniare quella \u00a0di <em>Archival Science telling<\/em>. Lungo questa direttrice anche grazie a nuove forme espressive multidimensionali e semantiche l\u2019archivio, inizio di ogni cosa (e di ogni attivit\u00e0) intercetta altri beni culturali, altre possibili dimensioni a partire da biblioteche e musei. L\u2019io narrante archivistico si interseca allora con altre voci, per tessere la rete della memoria vigile e realmente integrata. Allora, ricorrendo a una citazione, si pu\u00f2 concludere in maniera analoga a come si \u00e8 iniziato. \u00abLuoghi di produzione, e non di conservazione, del significato che, animati da \u201cl\u2019impazienza assoluta di un desiderio di memoria\u201d<a href=\"#_ftn41\" name=\"_ftnref41\">[41]<\/a> ma anche dalla necessit\u00e0 di trasgredire le regole e di corrodere ogni vincolo categoriale, gli archivi e i musei del tempo presente (e quindi ogni archivio e ogni museo) non sono un punto di arrivo, un approdo, magari sereno, un rifugio e una garanzia, ma sono lo spazio instabile e insicuro di una continua creazione, il luogo di una nascita. L\u00e0 dove le cose cominciano, appunto che \u00e8 sempre un trauma e, assieme, una irrinunciabile promessa\u00bb<a href=\"#_ftn42\" name=\"_ftnref42\">[42]<\/a>.<\/p>\n<p>E da questa promessa credo si possa e si debba, appunto, (ri)cominciare.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>FEDERICO VALACCHI<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Jacques Derrida, <em>Mal d\u2019archivio. Un\u2019impressione freudiana<\/em>, Napoli, Filema, 1996, p.11.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Sull\u2019evoluzione recente delle fenomenologie documentarie si veda tra gli altri Stefano Pigliapoco, <em>Progetto archivio digitale<\/em>: <em>metodologia sistemi professionalit\u00e0<\/em>, Lucca, Civita Editoriale, 2016.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Si veda il lavoro di EGAD &#8211; Expert Group on Archival Description, <em>Record in Context. Conceptual model,<\/em> 29 agosto\u00a0 2016, disponibile\u00a0 a <a href=\"http:\/\/www.ica.org\/en\/egad-ric-conceptual-model\">http:\/\/www.ica.org\/en\/egad-ric-conceptual-model<\/a>.\u00a0 (Si veda in proposito il lavoro del gruppo EGAD (<em>Expert Group on Archival Description<\/em>), che il 29 agosto del 2016 ha pubblicato il documento <em>Record in Context. A Conceptual Model for Archival Descrption<\/em>, <a href=\"http:\/\/www.ica.org\/en\/egad-ric-conceptual-model\">http:\/\/www.ica.org\/en\/egad-ric-conceptual-model<\/a> (consultato il 30\/03\/2017).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> Ci si riferisce naturalmente alla costellazione della <em>public history<\/em>. Si vedano a riguardo, tra gli altri, Thomas Cauvin, <em>Public history. <\/em><em>A textbook of practice<\/em>, New York, Routledge, 2017 e Serge Noiret,<em>\u201dPublic history\u201d e \u201cstoria pubblica\u201d nella rete,<\/em> \u00abRicerche Storiche\u00bb, 39, 2-3, 2009, pp. 275 \u2013 327.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> Sull\u2019attivismo archivistico si veda il numero\u00a0 4\/2105 di \u00ab<em>Archival Science. International Journal on Recorded Information<\/em>\u00bb 4\/15(2015) e in particolare l\u2019editoriale di Andrew\u00a0Flinn, Ben Alexander, <em>\u201c<\/em><em>Humanizing an inevitability political craft\u201d: Introduction to the special issue on archiving activism and activist archiving<\/em>, p. 329\u2013335,\u00a0\u00a0 <a href=\"http:\/\/link.springer.com\/article\/10.1007\/s10502-015-9260-6\">http:\/\/link.springer.com\/article\/10.1007\/s10502-015-9260-6<\/a> (consultato il 30\/03\/2017).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> Un bell\u2019esempio di archivista pubblica, che muove dal rigore filologico di ricostruzione delle fonti verso una vera e propria narrativa archivistica, \u00e8 il caso napoletano di <em>Cartastorie<\/em>, il museo dell\u2019Archivio del Banco di Napoli. Al riguardo si veda il sito web <a href=\"http:\/\/www.ilcartastorie.it\/\">http:\/\/www.ilcartastorie.it\/<\/a> (consultato il 30\/03\/2017), ma tenendo presente che il museo nella sua fisicit\u00e0 vale davvero una visita, per la capacit\u00e0 che ha di dare spessore fisico alla \u2018volatilit\u00e0\u2019 dei documenti.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a> Per un punto di riferimento e confronto si vedano al riguardo i seguenti contributi: Leopoldo Sandri, <em>L\u2019archivistica<\/em>, \u00abRassegna degli Archivi di Stato\u00bb, XXVII\/2-3 (1967), p. 411-426; Isabella Zanni Rosiello, <em>Gli archivi nella societ\u00e0 contemporanea<\/em>, Bologna, Il Mulino, 2009.<\/p>\n<h1><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a> Si veda al riguardo Linda Giuva, Stefano Vitali, Isabella Zanni Rosiello, <em>Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella societ\u00e0 contemporanea<\/em>, Milano, Mondadori, 2007.<\/h1>\n<h2><\/h2>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a> Gregory Hunter, <em>The Archival Profession: Looking Backward and Looking Forward<\/em>, \u00abThe American Archivist\u00bb LXXIX\/2( Fall\/Winter 2016), p. 227-229, <a href=\"http:\/\/americanarchivist.org\/toc\/aarc\/79\/2\">http:\/\/americanarchivist.org\/toc\/aarc\/79\/2<\/a> (consultato il 30\/03\/2017)<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a> Richard\u00a0J.\u00a0Matthews, <em>Is the archivist a \u201cradical atheist\u201d now? Deconstruction, its new wave, and archival activism<\/em>, \u00abArchival Science\u00bb, XVI\/3( September 2016), p. 213\u2013260.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a> Sulla storia e l\u2019organizzazione del sistema conservativo italiano si vedano Isabella Zanni Rosiello, <em>Archivi e memoria storica<\/em>, Bologna, Il Mulino,1987; Linda Giuva, <em>Gli archivi storici in Italia: la mappa della conservazione<\/em>, in <em>Archivistica<\/em>, a cura di Giuva, Guercio, p. 99 -135.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a>Per un confronto e una riflessione si veda Adam\u00a0Kriesberg <em>The future of access to public records? <\/em><em>Public\u2013private partnerships in US state and territorial archives<\/em>, \u00abArchival Science\u00bb, XVII\/1 (March 2017), p. 5\u201325.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a> Al riguardo si veda l\u2019elenco dei conservatori accreditati da AGID , <a href=\"http:\/\/www.agid.gov.it\/agenda-digitale\/pubblica-amministrazione\/conservazione\/elenco-conservatori-attivi\">http:\/\/www.agid.gov.it\/agenda-digitale\/pubblica-amministrazione\/conservazione\/elenco-conservatori-attivi<\/a> (consultato il 30\/03\/2017)<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\">[14]<\/a> Ilaria Pescini, <em>Citt\u00e0 degli archivi, archivi territoriali: nuovi modelli di conservazione<\/em> in <em>Archivistica<\/em>, a cura di Giuva, Guercio, p. 405-428.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\">[15]<\/a> Giuva, <em>Gli archivi storici<\/em>, p. 135.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\">[16]<\/a> Si veda Federico Valacchi, <strong><em>Per l&#8217;interesse della scienza e del pubblico servizio. Una Cibrario 2.0 che riconosca agli archivi il potere degli archivi<\/em>, <\/strong>in <em>Formazione, gestione e conservazione degli archivi digitali. Il Master FGCAD dell&#8217;Universit\u00e0 degli Studi di Macerata<\/em>, a cura di Stefano Pigliapoco, Giorgetta Bonfiglio-Dosio, Macerata, EUM edizioni, p. 105-165.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref17\" name=\"_ftn17\">[17]<\/a> Stefano Pigliapoco, <em>La conservazione delle memorie digitali<\/em>, in <em>Archivistica<\/em>, a cura di Giuva, Guercio, p. 287-310.<\/p>\n<h3><a href=\"#_ftnref18\" name=\"_ftn18\">[18]<\/a> Sulle trasformazioni di archivi, archivisti e utenti si vedano Alejandro Delgado G\u00f3mez, Julio Cerd\u00e1 D\u00edaz y Luis Hern\u00e1ndez OLIVERA, <em>El archivo de ma\u00f1ana: el futuro de centros y usuarios, <\/em>\u00abTabula\u00bb, 16(2013); STEFANO Pigliapoco, <em>Progetto archivio digitale<\/em>.<\/h3>\n<p><a href=\"#_ftnref19\" name=\"_ftn19\">[19]<\/a> Eric\u00a0Ketelaar, <em>Cultivating archives: meanings and identities<\/em>, \u00abArchival Science\u00bb, II\/1(March 2012), p. 19-33.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref20\" name=\"_ftn20\">[20]<\/a> Trovo in questo senso esemplare il portale tematico del Sistema Archivistico Nazionale \u201cRete degli archivi per non dimenticare\u201d, <a href=\"http:\/\/www.memoria.san.beniculturali.it\/web\/memoria\/home\">http:\/\/www.memoria.san.beniculturali.it\/web\/memoria\/home<\/a> (consultato il 30\/03\/2017)<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref21\" name=\"_ftn21\">[21]<\/a> Al riguardo si vedano Stefano Allegrezza, <em>Nuove prospettive per il Web archiving: gli standard ISO 28500 (formato WARC) e ISO\/TR 14873 sulla qualit\u00e0 del Web archiving<\/em>, \u00abDigitalia\u00bb, (2015), p. 49-61, <a href=\"http:\/\/digitalia.sbn.it\/article\/view\/1473\/981\">http:\/\/digitalia.sbn.it\/article\/view\/1473\/981<\/a> (consultato il 30\/03\/2017); Giovanni Bergamin, Augusto Cherchi , Maria Alessandra Panzanelli-Fratoni,\u00a0 <em>Archiviare la rete: strumenti e servizi Osservazioni a margine del 6\u00b0 Workshop sul documento elettronico<\/em>, \u00abDigitalia\u00bb, (2016), p. 9 -3, <a href=\"http:\/\/digitalia.sbn.it\/article\/view\/1627\/1141\">http:\/\/digitalia.sbn.it\/article\/view\/1627\/1141<\/a> (consultato il 30\/03\/2017); Jinfang Niu, <em>An Overview of Web Archiving<\/em> , \u00abD-Lib Magazine\u00bb, XVIII\/3-4 (2012), <a href=\"http:\/\/dlib.org\/dlib\/march12\/niu\/03niu1.html\">http:\/\/dlib.org\/dlib\/march12\/niu\/03niu1.html<\/a> (consultato il 30\/03\/2017).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref22\" name=\"_ftn22\">[22]<\/a> Maria Guercio, <em>Custodia archivistica, ubiquit\u00e0 digitale<\/em>, \u00abArchivi&amp;Computer\u00bb, 2(2011), p. 92-103.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref23\" name=\"_ftn23\">[23]<\/a> Roberto Guarasci, <em>Le viste documentali<\/em>, in <em>Conservare il digitale<\/em>, a cura di Stefano Pigliapoco, Macerata, EUM Edizioni, 2010, p. 177- 191.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref24\" name=\"_ftn24\">[24]<\/a> Al riguardo si veda Claudia Salmini, <em>Gli archivi tra comunicazione e rimozione<\/em> in <em>Archivistica<\/em>, a cura di Giuva, Guercio, p. 337-356.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref25\" name=\"_ftn25\">[25]<\/a> Si veda al riguardo Anaclet Pons, <em>El desorden digital. Gu\u00eda para historiadores y humanistas<\/em>, Siglo XXI, Madrid, 2013.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref26\" name=\"_ftn26\">[26]<\/a> Si veda al riguardo <a href=\"http:\/\/www.iccd.beniculturali.it\/index.php?it\/150\/news\/369\/nasce-la-digital-library-della-cultura-italiana\">http:\/\/www.iccd.beniculturali.it\/index.php?it\/150\/news\/369\/nasce-la-digital-library-della-cultura-italiana<\/a> (consultato il 30\/03\/2017)<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref27\" name=\"_ftn27\">[27]<\/a> <a href=\"http:\/\/san.beniculturali.it\/web\/san\/home\">http:\/\/san.beniculturali.it\/web\/san\/home<\/a> (consultato il 30\/03\/2017)<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref28\" name=\"_ftn28\">[28]<\/a> Si vedano al riguardo l\u2019articolo di Giulia Barrera, <em>Quel pasticcio della digital library italiana<\/em>, \u00abIl Messaggero\u00bb 17 mar. 2017; il documento sottoscritto da AIB (Associazione Italiana Biblioteche), ANAI (Associazione Nazionali Archivisti Italiani), Associazione Bianchi Bandinelli, AIDUSA (Associazione italiana docenti universitari di Archivistica) e SISBB (Societ\u00e0 italiana di Scienze bibliografiche e biblioteconomiche), molto critico rispetto alla proposta, disponibile a <a href=\"http:\/\/www.aib.it\/attivita\/comunicati\/2017\/62302-digital-library-iccd\/\">http:\/\/www.aib.it\/attivita\/comunicati\/2017\/62302-digital-library-iccd\/<\/a> (consultato il 30\/03\/2017); ed anche il documento di approfondimento steso da AIB e ANAI disponibile <a href=\"http:\/\/www.aib.it\/attivita\/2017\/62304-digital-library-iccd2\/\">http:\/\/www.aib.it\/attivita\/2017\/62304-digital-library-iccd2\/<\/a> (consultato il 30\/03\/2017).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref29\" name=\"_ftn29\">[29]<\/a> Aristotele, <em>Metafisica<\/em>, V, 29. Devo la dotta citazione applicata alla descrizione archivistica a Leonardo Musci.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref30\" name=\"_ftn30\">[30]<\/a> Stefano Vitali, <em>La descrizione degli archivi nell\u2019epoca degli standard e dei sistemi informatici<\/em> in <em>Archivistica. Teorie, metodi, pratiche,<\/em> a cura di Linda Giuva, Maria Guercio, Roma, Carocci, 2014, p. 179-210.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref31\" name=\"_ftn31\">[31]<\/a> \u00abNon si creda per\u00f2, che con l\u2019aiuto di un inventario si possa arrivare a conoscere i singoli documenti d\u2019un archivio.\u00bb Scriveva Salvatore Bongi nell&#8217;introduzione al suo &#8220;monumentale&#8221;, <em>Inventario<\/em><em> Archivio di Stato in Lucca<\/em>, vol.I,\u00a0 a cura di Salvatore Bongi, Lucca, Istituto Storico Lucchese, 1999 (rist. anast., Lucca, Tipografia Giusti,1872-1888), p. 7.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref32\" name=\"_ftn32\">[32]<\/a> Giorgio Cencetti, <em>Il fondamento teorico della dottrina archivistica<\/em>, in Id. <em>Scritti archivistici<\/em>, Roma, Il centro di ricerche editore, 1970, p. 38-46.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref33\" name=\"_ftn33\">[33]<\/a> Si veda al riguardo il sempre attuale Claudio <em>Pavone<\/em>, <em>Ma \u00e8 tanto pacifico che l&#8217;archivio rispecchi l&#8217;istituto<\/em>?, \u00abRassegna degli Archivi di Stato\u00bb, XXX\/1(1970), p. 143-148.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref34\" name=\"_ftn34\">[34]<\/a> Stefano Vitali, <em>La descrizione degli archivi nell\u2019epoca degli standard e dei sistemi informatici<\/em>, p. 208 \u2013 210; Giovanni Michetti, <em>Ma \u00e8 poi tanto pacifico che l&#8217;<\/em><em>albero<\/em><em> rispecchi l<\/em>&#8216;<em>archivio<\/em><em>?<\/em>, \u00ab<em>Archivi<\/em> e Computer\u00bb, 1 (2009) p.85-95.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref35\" name=\"_ftn35\">[35]<\/a> Dimitri Brunetti, <em>La lente archivistica: per rendere convergenti percorsi catalografici paralleli. Appunti sulla multidisciplinariet\u00e0 della descrizione, <\/em>\u00abArchivi\u00bb, 1(2016), p. 101-114.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref36\" name=\"_ftn36\">[36]<\/a> Stefano Pigliapoco, <em>La conservazione delle memorie digitali<\/em>, p. 301<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref37\" name=\"_ftn37\">[37]<\/a> Si veda al riguardo Alessandro Alfier, Pierluigi Feliciati, <em>Gli archivi online per gli utenti: premesse per un modello di gestione della qualit\u00e0<\/em>, \u00abJ-LIS Italian Journal of Library, Archives, and Information Science\u00bb, I\/8(2017), p. 23-37, <a href=\"https:\/\/www.jlis.it\/article\/view\/12269\">https:\/\/www.jlis.it\/article\/view\/12269<\/a> (consultato il 30\/03\/2017).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref38\" name=\"_ftn38\">[38]<\/a> Si veda al riguardo Costis\u00a0Dallas, <em>Digital curation beyond the \u201cwild frontier\u201d: a pragmatic approach<\/em> , \u00abArchival Science\u00bb XVI\/4 (December 2016), p. 421-457, <a href=\"http:\/\/link.springer.com\/article\/10.1007\/s10502-015-9252-6\">http:\/\/link.springer.com\/article\/10.1007\/s10502-015-9252-6<\/a> (consultato il 30\/03\/2017)<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref39\" name=\"_ftn39\">[39]<\/a> Sul rapporto tra politica, verit\u00e0 e immaginazione si veda <em>La politica tra verit\u00e0 e immaginazione, <\/em>a cura di Alessandro Ferrara, Milano, Mimesis, 2016.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref40\" name=\"_ftn40\">[40]<\/a> Si pensi al riguardo al fenomeno della diaristica che attira molte attenzioni e ha una dimensione archivistica particolare e importante. Per un esempio si veda l\u2019Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, <a href=\"http:\/\/archiviodiari.org\/\">http:\/\/archiviodiari.org\/<\/a> (consultato il 30\/03\/2017)<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref41\" name=\"_ftn41\">[41]<\/a> Michel Foucault, <em>Utopie Eterotopie<\/em>, a cura di Antonella Moscati, Napoli, Cronopio, 2006, p. 76.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref42\" name=\"_ftn42\">[42]<\/a> Stefania Zuliani, <em>L\u00e0 dove le cose cominciano. Archivi e musei del tempo presente<\/em>, \u00abRicerche di S\/Confine. Oggetti e pratiche artistiche\/culturali\u00bb, Dossier 3\/(2014), p. 81-88, in particolare p. 88, <a href=\"https:\/\/www.scribd.com\/document\/251585766\/Stefania-Zuliani-La-dove-le-cose-cominciano-Archivi-e-musei-del-tempo-presente\">https:\/\/www.scribd.com\/document\/251585766\/Stefania-Zuliani-La-dove-le-cose-cominciano-Archivi-e-musei-del-tempo-presente<\/a> (consultato il 30\/03\/2017). \u00a0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abArch\u00e9, ricordiamocelo, indica assieme il cominciamento e il comando. 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